Palazzo del Principe


 

La sala di Paride

La volta della sala, recentemente restaurata, è stata fortemente danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La parte centrale della decorazione a stucco rappresentava il Giudizio di Paride: il disegno della scena era ispirato ad una incisione di Marcantonio Raimondi tratta da un disegno di Raffaello. La decorazione, di cui sopravvivono in parte le lunette figurate, deve plausibilmente attribuirsi a Marcello Sparzo, plasticatore urbinate, autore degli stucchi che ornano la Galleria Aurea e gli altri ambienti aggiunti al palazzo alla fine del Cinquecento.

L'arredo tessile della sala, costituito da teli di taffettà di seta a colori alternati che ricoprono sia le pareti che il letto, è basato sulla descrizione dei parati contenuta nell'Inventario dei Beni del principe Giovanni Andrea I (1606): il palazzo era famoso per la ricchezza dei tessuti preziosi che ne coprivano le pareti, esposti a rotazione a seconda della stagione e dell'occasione (per gli "hospitaggi reali", quando il principe riceveva sovrani e imperatori, venivano naturalmente esibiti i drappi più raffinati).

In questa sala si conservano dipinti, documenti e manufatti che ricordano i momenti significativi della storia dei Doria. Il grande quadro dominato dall'immagine di una galea gremita di figure allegoriche è tradizionalmente chiamato Trinfo di Andrea Doria , ma è più esatta la definizione di Passaggio delle consegne del potere. In questo dipinto, di cui non si consce l'autore, è infatti rappresentato il vecchio principe Andrea che fa cenno alla personificazione della Liberalitas di porgere una corona ad un giovinetto: questi è l'erede designato, Giovanni Andrea I, indicato come Genuae spes altera magnae, ovvero "la seconda speranza della grande Genova". A lui, dato che il padre Giannettino era stato ucciso nel 1547, toccò il compito di reggere le sorti della famiglia dopo la morte di Andrea (1560).

Importanti sono i cimeli contenuti nella bacheca ottocentesca posta sotto al quadro, sorretta da due magnifiche aquile dorate - simbolo araldico della famiglia Doria - scolpite negli ultimi anni del seicento da Filippo Parodi: al celebre pittore barocco si devono anche il ricco intaglio della consolle addossata alla parete opposta della stanza, in cui sono raffigurati due tritoni (il piano in finto marmo è di restauro), e le quattro volute dorate, notevoli per libertà di invenzione e di esecuzione. Al centro della bacheca vediamo il Toson d'Oro: questa ambita onoreficenza, che ha per simbolo il vello aureo di un montone, fu conferita ad Andrea I dall'imperatore Carlo V nel 1531; nei secoli successivi, altri due membri di casa Doria ne furono insigniti dai Reali di Spagna. Di particolare interesse sono anche la carta nautica risalente all'inizio del XVII secolo e la serie di diplomi cinquecenteschi recanti il grande sigillo imperiale, per la maggior parte relativi all'investitura dei feudi di famiglia.

Alcuni dei testi a stampa esposti, relativi a temi genealogici e religiosi, hanno preziose rilegature ornate dallo stemma del casato.
In funzione di sovrapporta, nella posizione segnalata da un inventario settecentesco dei mobili di casa, sono collocate le tre tele eseguite da Domenico Piola nel 1671 in occasiione delle nozze tra Giovanni Andrea III Doria e Anna Pamphilj, principessa romana nipote del papa Innocenzo X.

L'incontro tra la colomba pamphiliana e l'aquila Doria, circondate da putti recanti strumenti musicali che alludono all'auspicata armonia coniugale, è allegoria di questo matrimonio; nelle altre due tele, l'aquila è invece rappresentata tra i simboli della virtù guerriera e delle arti, in funzione celebrativa della famiglia. Quasi un secolo dopo, in seguito all'estinzione della linea diretta dei Pamphilj, i Doria furono riconosciuti come eredi del casato romano ed aggiunsero al proprio il cognome Pamphilj.

 

 

 

 

 

 

 

 


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