Palazzo del Principe


 

La cappella

Di questo ambiente, per lungo tempo controsoffitato al fine di nascondere i gravi danni inferti alla volta dai bobardamenti dell'ultima guerra, si era persa che la memoria della funzione, per cui era genericamente indicato come "sala". Le caratteristiche architettoniche del vano, la cui volta impostata sull'alta fascia decorativa supera di molto l'altezza dell'attigua galleria, e la tematica religiosa della decorazione superstite sono invece chiari segni della connotazione sacra di questo spazio, confermata dal già citato documento dell'Archivio di Sato di Genova, in cui i scostruttori si impegnano, con scadenza dei lavori entro il luglio 1595, a "fare una lòbia coperta" all'estremità della galleria e "da levante di d.a lòbia, una stàntia, con una Capella". Non può che trattarsi di questo ambiente. E' noto, del resto, che Giovanni Andrea fece erigere nell'ala di ponente del palazzo una cappella, oltre a quella, poi affrescata da Lazzaro Calvi, allestita nella zona est, a pianterreno.

Il sistema galleria-cappela così ottenuto è significativamente vicino alle indicazioni fornite dal Serlio, nelVII libro del suo Trattato uscito postumo nel 1575, per una "habitatione fuori dellaCittà" (quale era Palazzo del Principe, posto fuori dalla cinta delle mura urbane): vi si suggerisce infatti la costruzione di "un luogo da passeggiare che in Francia si dice galeria, nel capo del quale è una cappella ".

La decorazione plastica della cappella appare coerente con quella della galleria e sembra quindi doversi attribuire allo stesso artista, Marcello Sparzo. Nella fascia sottostante alla volta si susseguono sedici ovali, dipinti con una tinta nero-bluastra che imita l'ardesia (in uno degli ovali, forse a tamponamento di un'apertura, è inserita una lastra di questo materiale). Essi sono circondati da ricche ghirlande di frutti, su parte delle quali poggiano piccole croci di divcersa foggia. La decorazione della volta è caratterizzata dalla consueta partizione organizzata in lunette e peducci ormati da figure; il motivo o "quadro riportato" centrale è andato completamente perduto.

Nelle lunette ancora leggibili sono raffigurate figure femminili in fluenti vesti all'antica, recanti in mano libri chiusi o cartigli: esse sono identificabili come Sibille. A questi personaggi dell'antichità pagana si attribuivano le profezei cristologiche contenute nei Libri Sibillini, un corpus di scritti in lingua greca elaborato nel II-III secolo d.C. in area giudaico-cristiana, ma ritenuto anteriore alla nascita di Cristo. Attraverso la mediazione delle Divinae Institutiones di Lattanzio, Le Sibille conobbero notevole fortuna iconografica in area occidentale; esse vennero in genere raffigurate in un ruolo analogo a quello dei Profeti del Vecchio Tesatamento, trovando rappresentazione in un gran numero di luoghi sacri tra cui il più celebre è certo la Cappella Sistina di Michelangelo. Più immediatamente connesso alla cappella di Palazzo del Principe è il precedente della decorazione plastica degli archi sottostanti il tiburio della chiesa gentilizie dei Doria a Genova, San Matteo , in cui negli anni Quaranta Giovannangelo Montorsoli, importante punto di riferimento anche stilistico per lo Sparzo, aveva rappresentato lo stesso tema.

Sul lato nord della cappella sue grate in gesso entro cornici di ardesia, temponate, interrompono la successione delle lunette. Le quattro figure in piedi poste al centro di ciascun lato del vano sono quasi interamente perdute. Solo quella sul lato settentrionale può essere identificata: nonostante sia acefala, gli attributi del libro - allusivo al Vangelo e all'Apocalisse - e soprattutto del calice da cui esce un piccolo drago la fanno riconoscere quale rappresentazione di San Giovanni Evangelista. L'attuale allestimento della cappella comprende un inginocchiatoio in legno scolpito e dorato dell'ambito del genovese Filippo Parodi (1630-1702), in cui è figurato un putto che regge con ambo le mani un cuscino, ed un corredo d'altare eseguito per la famiglia Pamphilj, di cui fa parte un candeliere recante il giglio dello stemma del casato romano.

La presenza in Palazzo del Principe di questo ed altri arredi di committenza pamphiliana, così come l'emigrazione a Roma di molti pezzi genovesi peraltro via via riportati nell'ubicazione originale nel cosrso degli ultimi anni, è consegueza della fusione araldiaca delle famiglie ultimi anni, conseguenza della fusione araldica delle famiglie Doria e Pamphilj. Questa avvenne nel 1763 a seguito dell'estinzione della linea principale del casato romano, di cui i Doria vennero riconosciuti eredi in virtù del matrimonio celebrato nel 1671 tra Giovanni Andrea III Doria Landi e Anna Pamphilj. Legato al ramo romano della famiglia è anche l'importante dipinto attualmente esposto sull'altare della cappella.






 

 

 

 

 

 

 

 

 


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