La svolta epocale segnata dall’ingresso
di Genova nella sfera di influenza della monarchia asburgica
nell’anno 1528, artefice Andrea Doria , costituisce
l’inizio di un rapporto privilegiato, ma complesso,
tra la città e la Spagna, del quale le cerimonie, gli
apparati trionfali, i caratteri dell’ospitalità
offerta in occasione della visita di sovrani e membri della
Casa reale sono – nel rispetto del codice proprio di
eventi il cui scopo primario è di manifestare “la
maestà dello stato” a cittadini e forestieri
– espressione significativa. I Doria recitano una parte
importante in questo teatro del potere: con una connotazione
ufficiale al tempo di Andrea, forse signore di fatto di Genova
nel contesto di un ordinamento repubblicano, secondo l’interpretazione
di Edoardo Grendi , certamente doppio garante della fedeltà
di Genova all’Imperatore e della libertà dei
Genovesi dal dominio diretto degli Spagnoli ; in una dimensione
progressivamente sempre più legata ad una pur prestigiosa
posizione di privati anfitrioni per quanto riguarda le generazioni
successive.
L’arrivo a Genova (12 agosto 1529) di Carlo V, diretto
a Bologna per essere incoronato dal papa Clemente VII, fu
occasione della preparazione di apparati e cerimonie di particolare
importanza storica, non solo per i contenuti politici che
essi veicolavano – a distanza di un anno dall’asiento
tra Andrea e l’imperatore, l’evento costituiva
una celebrazione dell’alleanza e una pubblica conferma
del ruolo dell’Ammiraglio - ma anche per la novità
di concezione che li contraddistinse. In ambito locale, i
precedenti di primo Cinquecento, legati alla parte francese,
erano ancora improntati ad un carattere prevalentemente tardomedievale:
le decorazioni per la recettione di Luigi XII nel 1502, pur
fastose e dispendiose - erano stati stanziati 12.000 ducati
d’oro, secondo il Senarega e il Giustiniani - erano
somewhat old fashioned per l’epoca, consistendo essenzialmente
in ornamenti di verzure, drappi esposti alle finestre e dame
biancovestite affacciate ai balconi: un spectacle de verdure
tout garni de pommes, de grenades et d’oranges presso
la porta di San Tommaso, rues tendues et parées de
tapisseries lungo il tragitto sino alla cattedrale San Lorenzo
. La città ornata tapetibus, peristromatibus, floribus
ubique sparsis attraversata dal corteo reale, della quale
il sovrano francese prese maraviglioso piacere , era una versione
festiva ma ben riconoscibile di Genova, della quale non si
negava l’aspetto medievale. L’apparato preparato
per accogliere Carlo V aveva caratteri ed ambizioni del tutto
differenti: l’architettura effimera intendeva in questo
caso convertire lo spazio urbano reale in città ideale
, attraverso l’uso sistematico di un linguaggio classicista
che proprio in questa occasione , per la prima volta, venne
impiegato in città. I “segni” più
forti del percorso erano i due archi di trionfo progettati
da Perino del Vaga che, secondo la notizia data dal Vasari,
aveva partecipato nel 1515 all’allestimento degli apparati
per l’entrata trionfale di Leone X a Firenze, attraverso
i quali la capitale medicea era stata presentata come “nuova
Roma”, la medesima identità che in questa occasione
si voleva prestare a Genova. Artista di corte di Andrea Doria
, al cui servizio era entrato nella primavera del 1528 con
il compito principale di ornargli il palazzo secondo il più
aggiornato gusto romano, Perino disegnò, utilizzando
con filologico scrupolo e grandiosità scenografica
la sua conoscenza dell’antico, un arco ad un solo fornice
sormontato dall’aquila bicipite eretto sul molo presso
il quale ebbe luogo lo sbarco dell’Imperatore, ed un
secondo arco a tre fornici, di maggiori dimensioni, collocato
nella piazza dei Giustiniani, a metà strada verso la
meta del corteo, la Cattedrale di San Lorenzo . L’itinerario
genovese veniva così ad essere trasformato in una “Via
Sacra” che riprendeva nella successione degli archi
ad unico e triplo fornice le tappe del percorso trionfale
dei Cesari , fornendo - in quanto prima entrata solenne dell’Imperatore
in Italia – un modello importante per i festeggiamenti
successivi. Secondo l’ipotesi formulata dal Gorse, il
Doria inaugurava in questa occasione la promozione dell’immagine
di se stesso come novello Augusto che avrebbe poi sviluppato
all’interno del proprio palazzo . In ogni caso, è
certo che l’ammiraglio si propose come co-protagonista
dell’evento: in base alle cronache del tempo, possiamo
dire che la rappresentazione della sua figura ebbe nella decorazione
degli archi trionfali la stessa importanza che la sua persona
rivestì nelle cerimonie dell’adventus imperiale.
Andrea, recatosi a Barcellona - dove ricevette dall’imperatore
eccezionali attestati di stima, che suscitarono la gelosa
invidia della corte - mandava dalla città spagnola
istruzioni al Doge e ai senatori genovesi circa l’organizzazione
dell’imminente accoglienza al sovrano: dava suggerimenti
pratici (che faccino far maggiore provisione de biade et strame
che sarà possibile), ordinava che si cominciasse a
far lavorare il ponte del legnami dove S.M.tà si haverà
da sbarcar, consigliava di scegliere cento o duecento homini
ben parescenti et vestiti , li quali si trovassero ad accompagnare
S. M.tà. Quando l’Armata fu a cinque miglia da
Genova, alla galea capitana sulla quale era imbarcato Carlo
– tutta dipinta et parte dorata ... con tutte le vele
di damasco giallo berretino e morello alla devisa della M.tà
Cesarea ... i galeotti ai remi vestiti di veluto et damasco
alla divisa pur di S. M.tà, uno stupefacente apparato
approntato a proprie spese da Andrea al costo stimato di più
di dieci milia ducati – si fecero incontro tante nave
tra piccole e grandi, che pareva coprissero il mare. Le indicazioni
fornite per lettera da Andrea erano state seguite: la galea
si accostò ad un superbissimo ponte di legnami, costruito
sopra il molo e sporgente in mare di circa 200 passi, a capo
del quale era in attesa la Signoria accompagnata da 200 cittadini
tutti vestiti di seda, molto honoratamente. Il ponte, a quanto
sembra, era sormontato da un padiglione in tessuto: esso era
infatti di sopra...coperto di broccati d’oro et tele
d’oro alla divisa di Sua M.tà, ai lati apparato
di velluti e damaschi fino a terra, mentre dove mettevano
li piedi era salicato di finissimi tapeti. Una scala tutta
coperta di panni con liste rosse, gialle e bianche portava
al primo arco trionfale, “porta cerimoniale” della
città che nella forma – caratterizzata dalla
grande aquila sovrastante le doppie colonne – rendeva
omaggio all’impresa del Plus Oultre di Carlo , la “divisa”
imperiale che costituía..el punto culminante in ogni
apparato festivo e che in questa occasione campeggiava, come
si è visto, sulle vele della galea capitana, sulle
vesti dei rematori, sui drappi che coprivano il ponte; nonchè,
secondo una fonte, sulla berretta di veluto bianco portata
da Carlo. Nonostante il disegno di Perino che ad esso si riferisce
non presenti riquadri figurati (essi potevano peraltro trovarsi
all’interno del fornice), l’arco era adorno di
scene di esplicito significato politico. Secondo il Varchi,
esso era pieno di varie e vaghe storie dimostranti per lo
più il buon animo de’ Genovesi – e l’autore,
repubblicano e anti-spagnolo, commenta: quasi avessono posto
in oblio l’ultima presura di Genova, e il sacco datole
dagli Spagnoli (il terribile saccheggio del 1522) –
in una delle quali storie era figurato Andrea d’Oria,
il quale colla sinistra mano reggeva la città di Genova,
e nella destra teneva una spada ignuda arrancata, e l’imperadore
con ambe le mani incoronava Genova . E’ arduo immaginare
una illustrazione della posizione della Repubblica più
chiara di questa allegoria della città da un lato incoronata
dall’Asburgo – suo protettore – e dall’altra
sorretta da una figura del Doria significativamente recante
in pugno la spada sguainata. E non era questa l’unica
decorazione in cui era celebrato il ruolo di Andrea: nel Reporto
di una persona degna di fede, venuta da Zenoa, inserito nei
diarii di Martin Sanudo, in riferimento ad entrambi gli archi
trionfali si cita la presenza di varie storie depente e scritture,
tra le altre una dimostrava come Zenoa ritornava in libertà
per mano di messer Andrea Doria et che’l cazava tutti
i capelazi di la terra . Mai più gli apparati trionfali
avrebbero riservato tanto spazio ad un personaggio vivente,
distinto dal sovrano festeggiato e dai suoi congiunti.
Sbarcato dalla galea, preceduto da una parte della sua guardia
e da Andrea che camminava innanzi a lui sì come Almirante
di tutti li mari di sua M.tà con il segno d’oro
al collo et una spada nuda in mano, l’Imperatore, riccamente
abbigliato , fu accolto dalla Signoria, che con nobile orazione
offrì Genova al suo servizio. Comparve poi all’improvviso
una “macchina” mobile, una grande sfera in foggia
di Mondo con tutti li mari et terre sormontata da un’aquila,
significando sua M.tà Re del Mondo, che si aprì
gettando acqua profumata sull’Imperatore e dalla quale
uscì uno giovine che fingeva la Giustizia; questi pronunciò
parole di lode ed offrì a Carlo le chiavi della città,
ripetendo uno dei gesti cardinali dell’antica liturgia
di incontro tra le autorità civiche ed il sovrano in
visita . Montato poi su una bellissima mula che gli era stata
preparata , rivestita di broccati preziosi e con finimenti
d’oro massiccio , l’imperatore, coperto da un
ricco baldacchino, si avviò verso il duomo con passo
lento, favellando sempre col principe d’Oria , che gli
camminava a fianco. Giunto alla piazza dei Giustiniani, egli
si fermò presso il secondo arco per intenderlo ben
minutamente - come già aveva fatto per il primo - probabilmente
apprezzandone l’iconografia che, in base al disegno
periniano, sembra improntata all’esaltazione della Giustizia,
la cui figura domina l’intera struttura. Dalla cattedrale,
Carlo si recò a piedi a Palazzo Ducale, sede del governo
della Repubblica, in quest’unica occasione sua dimora.
Dopo diciassette giorni di permanenza, il corteo imperiale
si diresse verso Bologna.
A distanza di quasi quattro anni, dopo essere rimasto a
lungo nei suoi domini settentrionali, l’Imperatore raggiunse
nuovamente Genova (28 marzo 1533), per imbarcarsi alla volta
della Spagna. Vi erano due importanti differenze rispetto
all’adventus del 1529: il sovrano giungeva da nord ed
il palazzo di Andrea Doria (detto per antonomasia “del
Principe”) nel borgo di Fassolo , in posizione strategica
subito fuori la cerchia delle mura, era ormai pronto per ospitarlo.
Anche in questa circostanza furono eretti due archi trionfali,
nuovamente progettati da Perino: il primo – di cui ben
poco è noto, essendo documentato solo da un veloce
schizzo di mano dell’artista - fu costruito vicino alla
Chiesa di San Lazzaro, presso Capo di Faro, e l’altro
nella piccola piazza antistante la chiesetta di S. Benedetto,
prossima alla dimora doriesca (da questo momento la scelta
del Palazzo del Principe come luogo privilegiato dell’ospitalità
per i sovrani spagnoli condizionò la collocazione degli
apparati trionfali eretti in loro onore). In piedi tra le
colonne del primo arco, in veste di victoria con la palma
in mano , Simonetta, figlia non ancora decenne dell’annalista
Paolo Partenopeo, per volere del Doria ricevette Cesare con
un’orazione di benvenuto in cui lo salutava quale trionfatore
sul Turco, avendo egli di fresco vinto e domato l’atroce
e crudele nemico di Cristo Solimano . Il tema della vittoria
sugli Infedeli era pure celebrato nella decorazione del secondo
arco, in particolare nelle scene di battaglia dell’attico
, e ad esso poteva forse alludere anche il Giove che fulmina
i Giganti dipinto da Perino sulla volta dell’ambiente
principale dell’appartamento di Andrea, destinato a
sala del trono per il periodo di permanenza dell’Imperatore.
Agli occhi del corteo imperiale il Palazzo del Principe doveva
in effetti presentarsi – per identità di committenza,
linguaggio artistico, repertorio iconografico di riferimento
– quale prosecuzione coerente dell’appena percorso
itinerario trionfale: il dorico portale di accesso sormontato
dalle figure allegoriche della Pace e dell’Abbondanza
recanti l’arma dei Doria, le raffigurazioni del trionfo
di Lucio Emilio Paolo nell’atrio, l’esplicito
paragone tra gli antenati di Andrea e gli eroi dell’antica
Roma nella loggia, la celebrazione, ricca di rimandi simbolici,
di Nettuno e Giove nei due saloni principali – tutto
il vasto ciclo decorativo eseguito da Perino del Vaga e dei
suoi collaboratori – trasferivano nella realtà
del marmo e della pittura murale lo stile ed i contenuti anticipati
dalla città di cartapesta , ponendosi come monumento
durevole alla gloria del Doria. Non a caso, le cronache del
tempo insistono sulla magnificenza della dimora e sulla stupefacente
ricchezza dei suoi arredi - dicto apparato non è da
un gentilhomo, ma da un gran re – più che sulla
ricchezza degli effimeri “esterni” quali gli archi
trionfali. Le fonti citano in particolare l’abbondanza
degli argenti, degli arazzi, degli tessuti preziosi (gli aurei
e serici veli porporini alla cui preparazione attendeva il
grande ricamatore Valentini detto Veneziano , incaricato di
rinnovare i parati in occasione di ogni visita imperiale ):
arredi ed oggetti tutti graziosamente offerti in dono dall’ammiraglio
a Carlo - che secondo il Capelloni aveva detto di albergare
in questa villa meglio e con più comodità di
quanto avesse mai fatto altrove – attraverso i quali
Andrea (indebitandosi) faceva spiccare al Mondo la grandezza
del Padrone nella sua . Nel palazzo di Fassolo l’Imperatore
fu nuovamente alloggiato nelle sue successive visite genovesi:
nel 1536, nel 1538 - condotto in città dopo la Tregua
di Nizza, dalla flotta comandata dal Doria che lo ricevette
in sua Casa con grandeza , poi ancora nel 1541 e nel 1543,
soggiorni connotati da una eguale magnificenza nell’ospitalità
di Andrea, ma da assai minor enfasi negli ingressi.
Nel 1548 l’adventus di Filippo [fig.7], che per volere
del padre intraprendeva con status di sovrano un viaggio attraverso
gli stati imperiali, attrasse grandissima attenzione. La situazione
politica, dopo l’ annus terribilis 1547 – caratterizzato
localmente dalla congiura dei Fieschi in cui era morto l’erede
designato di Andrea, Giannettino, e in tutta Italia da una
crisi degli equilibri di potere - richiedeva che il vecchio
Andrea mostrasse di essere ancora in grado di esercitare quella
funzione di “doppio garante”, verso gli Asburgo
e verso la Repubblica, su cui si fondava la particolare posizione
di Genova all’interno del sistema imperiale. La minaccia
di una più diretta ingerenza spagnola si manifestò
nel corso del viaggio da Rosas a Genova anche in relazione
alla questione, carica di forti significati simbolici, del
luogo destinato ad accogliere Filippo: egli chiese esplicitamente
di alloggiare nel Palazzo pubblico, interrompendo l’ormai
tradizionale serie degli hospitaggi presso la dimora del Doria
- rivendicando in questo modo un trattamento da “signore”
della città - e di fronte al diplomatico ma chiaro
diniego di Andrea si mostrò sdegnato, finendo però
con l’accettare le condizioni preordinate per la sua
visita. Per la prima volta, l’ introitus regale (25
novembre 1548) ebbe inizio con uno sbarco di fronte al Palazzo
del Principe, salutato dagli spari a salve di più di
600 boche di focho...che parea che la gran casa di Plutone
tuinasse : erano state preparate due serie distinte di apparati
trionfali, gli uni per celebrare l’entrata nella villa
del Doria, gli altri per solennizzare l’ingresso –
l’8 dicembre - nella città vera e propria. Di
fronte al palazzo era stato approntato un ponte fabricato
sopra barche, coperto di arazzi e di ricchissimi tapeti ,
anzi un anonimo testimone ci informa che si trattava più
precisamente di tre ponti longhi quasi un miglio: su quello
centrale, in forma di pergola tutto...coperto de drappi finissimi
con fenestroni eminenti di cristallo, passò Filippo
preceduto dal suo seguito e accompagnato dal cardinale di
Trento, su quelli laterali la guardia. In capo al ponte l’erede
della corona spagnola fu ricevuto dal Doge e dalla Signoria;
Lorenzo Capelloni, segretario e futuro biografo di Andrea
Doria, pronunciò un’orazione encomiastica che
paragonava Filippo a famosi eroi dell’antichità,
particolarmente ad Alessandro Magno figlio del grande re Macedone
. Il corteo cominciò poi a montar la scala , che va
al palazzo; e alla fine di questa potè vedere, presso
la strada maestra congiunta con uno dei cantoni del palazzo,
...un edificio di meraviglioso ingegno, ornato con molte varietà
di pitture, & lettere, che pareva un arco trionfale con
due porte, l’una di fronte all’altra, con le armi
imperiali, e regali . Il complesso apparato decorativo dell’arco,
sormontato da un globo e ricco di figure e di iscrizioni -
minuziosamente descritte dal maestro del principe spagnolo,
il colto Juan Calvete de Estrella, che lo accompagnava - salutava
Filippo quale Optabilis christianorum assertor, alludeva al
suo dominio sulla terra e sul mare attraverso le figure di
Nettuno e Giove, ne preconizzava i futuri trionfi, e ne celebrava
la virtù attraverso la comparazione con personaggi
illustri dell’antichità, in analogia con i contenuti
dell’orazione di benvenuto . Non sappiamo chi abbia
disegnato e realizzato questo effimero, parte degli apparati
apprestati da Andrea; Nicolò Valentini afferma in una
lettera di essere rientrato nelle facende per il parare della
casa et per far un arco trionfal alla smontatta sua [del Principe
Filippo], quindi doveva avere un ruolo, quantomeno di supervisione,
nell’esecuzione della struttura.. Superato l’arco,
il principe giunse alla piazza del D’Oria, illuminata
da duecento torce, dove si trovavano tra una moltitudine di
popolo palchi carichi di gentildonne riccamente adorne. Qui
l’Asburgo fu accolto con musiche, canti e fuochi artificiali:
un castello atacato in aere, che pareva sospeso ed era probabilmente
il medesimo usato pochi mesi prima per l’arciduca Massimiliano,
dotato di quaranta bocche da fuoco, sparò piu di duemila
raggi verso il cielo (si ha notizia di un’altra macchina,
in foggia di globo sormontato da una corona imperiale d’oro,
che, collocata presso il palazzo per tutta la durata del soggiorno
dell’ospite, sparava rocchette ad ogni passaggio di
principe, o gran signore ). Scambiati i complimenti d’uso
con Peretta Usodimare, moglie del Doria, e con la sua compagnia
di sessanta nobili dame abbigliate a guisa di matrone romane
adornate de il capo e de habiti cariche de zoglie alla usanza
antiqua romana, mischiate a spose con postici capelli d’oro
su le spale , Filippo entrò nella dimora di Fassolo,
che parve all’Estrella una de las mejores y mas bien
edificada que ay enel mundo . Ridotto all’ultima perfezione,
circondato da giardini ricchi di statue e giochi d’acqua,
il palazzo stupì nuovamente i convenuti per l’eccezionale
splendore dei preziosi tessuti lavorati con oro – grandeze,
scriveva Nicolò Veneziano, che indebitano il padrone
- i quali coprivano le pareti (nonché i letti, le seggiole,
i tavoli), probabilmente sovrapponendosi in duplice strato
agli arazzi in una ostentazione del lusso consueta alla casa.
La Sala dei Giganti era nuovamente utilizzata come sala del
trono ed era parata con i celebri arazzi dei Furti di Giove
. L’estensore anonimo della Partita de Barcelona, ripreso
con varianti dal Guazzo, segnala nella camera destinata a
Filippo alcuni ricchissimi panni figurati con storie di Enea,
di cui descrive brevemente i soggetti: si sarebbe portati
ad identificarli con i perduti arazzi periniani dedicati all’eroe
virgiliano, dei quali la menzione del nostro testo costituirebbe
la citazione più antica ed articolata, ma la non coincidenza
degli episodi indicati con l’iconografia ricostruita
per la serie disegnata da Perino e l’accenno ad una
precedente proprietà turca dei panni (cassato dal Guazzo)
rendono tale identificazione problematica . In questo fulgido
ambiente Filippo fu magnificamente intrattenuto; egli aveva
contribuito al generale divertimento esibendo tre Satiri nuovamente
portati da le Indie...ancho una Sirena ma morta (impagliata),
& altre strane forme di animali, tra cui simie e babuini.
Mentre nella dimora i festeggiamenti si intrecciavano alle
coperte trattative diplomatiche, in città vi furono
scontri tra soldati Spagnoli e Genovesi, una seditione che
il Doria riuscì a sedare con la propria autorità.
Placatosi il tumulto, Filippo fece finalmente il suo solenne
introitus in città, recandosi in Duomo attraverso il
più fastoso itinerario trionfale mai allestito in Genova,
comprendente sei archi: sopra la porta di San Tommaso, due
figure di giganti reggevano un pannello incorniciato di fronde
con scritte manifestanti l’allegrezza dei Genovesi per
la venuta dell’Asburgo; presso la porta dei Vacca, un
altro apparato, recante diverse figure - tra cui due statue
raffiguranti la Fede e la Libertà - e lettere in lode
del Principe, lo invitava ad entrare nella città; presso
san Siro, un eccellente arco alto circa dodici metri che occupava
quasi tutta la strada (via S. Luca), retto da quattro grandi
colonne con capitelli e basi dorate, era ornato con rappresentazioni
delle vittorie di Carlo V e dominato da una statua equestre
dell’imperatore, coronato dalla Vittoria, tra Giove
ed Apollo (Gian Giacomo della Porta disegnò l’apparato,
Antonio Semino, Teramo Piaggio , Agostino e Lazzaro Calvi
– quest’ultimo in parte formatosi come aiutante
di Perino del Vaga, al seguito del quale potrebbe aver partecipato
alla realizzazione degli apparati del 1533 – eseguirono
le decorazioni pittoriche) . Poco oltre, la scritta su un
altro apparato di minori dimensioni prediceva all’imperatore
conquiste universali, oltre il Gange e l’Eufrate, oltre
l’Isola di Thule e l’Oceano; in piazza San Giorgio,
su un ulteriore arco era illustrato il tema “civico”
delle imprese del santo, cui era comunque comparata la virtù
di Filippo; specialmente maraviglioso per ingegno e arte era
infine l’arco eretto sulla piazza dei Giustiniani, nel
quale si vedeva dipinta la guerra di Tunisi. Con questo insuperato
dispiego di apparati laudativi, i Genovesi intendevano mostrare
la propria fedeltà alla Corona in un momento di gravissime
tensioni; per Andrea, l’ultimo grandioso hospitaggio
reale e il deciso intervento in occasione dei tumulti furono
parte del riuscito tentativo di gestire la crisi aperta dalla
congiura dei Fieschi salvando la forma repubblicana del governo
genovese .
Giovanni Andrea I, erede alla morte di Andrea (1560) del palazzo
e delle galee, proseguì la tradizione di servizio alla
corona spagnola, ricompensata con la nomina nel 1583 a Generale
del Mare , nel 1594 a membro del Consiglio di Stato spagnolo.
Scrivendo da Madrid, il Doria, convinto continuatore dello
stile di vita del predecessore, ammaestrava il primogenito
sulla importanza delle pratiche di ospitalità a sostegno
delle fortune della famiglia: Figlio, Una delle cose di che
mi sono prevalso assai per conservare il lustro, et stato,
in che si trova la casa nostra, et dalla quale ho cavato molto
utile è stato l’on[o]re che ho havuto d’hospitare
diversi personaggi...et ancorche q[u]esta hospitalità
m’habbi costato infiniti denari, tutt[avi]a trovo che
sono stati impiegati bene, et utilm[en]te, però vi
essorto a fare il med[esim]o. Per tutta la sua vita Giovanni
Andrea mise in pratica questi principi, accogliendo un gran
numero di aristocratici visitatori, soprattutto membri della
Corte spagnola – non solo tutti quelli che potevano
essergli di qualche utile o favore, ma anche i loro parenti
e dipendenti, nonchè coloro di cui si prevedeva una
brillante carriera futura - ampliando e modificando gli appartamenti
del palazzo di Fassolo per meglio riceverli (ad esempio intervenendo
sulla distribuzione degli ambienti in occasione dell’arrivo
del Vicerè di Sicilia nel 1585 ), facendo costruire
un nuovo, vasto spazio di rappresentanza in forma di moderna
galleria ornata da stucchi dorati , rinnovando con fasto assai
maggiore i già lussuosi apparati della dimora: arazzi
ed argenti raggiunsero un livello di magnificenza di gran
lunga superiore a quello dei tempi di Andrea. Lo splendore
degli arredi, cui il padrone di casa dedicava precisa attenzione
, era naturalmente curato in massimo grado quando si ospitavano
membri della casa reale, per i quali venivano organizzati
feste e intrattenimenti di rara eleganza. Per Giovanni d’
, accompagnato dai principi di Boemia Rodolfo, poi imperatore,
ed Ernesto, fu dato nel 1571 un banchetto di diciotto piatti
seguito da una grande festa in maschera, cui parteciparono
il Principe di Firenze, con quello di Urbino, & con quello
di Parma (il giovane fratellastro di Filippo II doveva di
lì a poco condurre la flotta della Lega Santa, di cui
il Doria comandava il corno destro, alla vittoria di Lepanto
contro i Turchi). Lo stesso personaggio tornò tre volte
a palazzo nel 1574; al primo di questi soggiorni si riferisce
una lettera del maggiordomo del Doria, che lamenta la bona
strigliata subita dalle tappezzerie strapazzate ed elenca
i piccoli furti commessi dal seguito, inconvenienti assolutamente
previsti nel contesto di hospitaggi che coinvolgevano un gran
numero di offiziali e servitori.
Maria d’Austria, ormai vedova dell’Imperatore
Massimiliano II, fu nuovamente a Genova nel 1581 con il figlio,
ospitata dal Doria ; ma l’unico major triumphal progress
di un Asburgo in Italia nella seconda metà Cinquecento,
tra l’altro favorito da una positiva congiuntura internazionale
(pace di Vorvins), fu, alla fine del secolo, il viaggio verso
la Spagna di Margherita d’Austria, sedicenne figlia
del duca di Stiria e sposa per procura di Filippo III, accompagnata
dalla madre e dal cugino Alberto che nella medesima cerimonia
nuziale, avvenuta in Ferrara a metà novembre del 1598,
si era unito in matrimonio con l’Infanta. Margherita,
quale nuova regina di Spagna, ebbe grandi onori; si fermò
brevemente in Sampierdarena, ove fu alloggiata per un giorno
(11 febbraio 1599) in casa di Gio Batta Lercari, e quindi,
accompagnata dal Doria, dalla Signoria e dal seguito, si trasferì
in lettiga al palazzo di Fassolo . Presso la Lanterna le era
stato eretto un sontuoso arco trionfale, che si era in precedenza
pensato di collocare alla Porzevera. Le fonti archivistiche
indicano come esecutore di questo grandioso effimero un M.
Tadeo Scarpelino che si può forse identificare con
Taddeo Carlone, da tempo attivo per Giovanni Andrea e proprio
in quell’anno impegnato a realizzare la Fontana del
Nettuno. L’invenzione dell’iconografia e delle
iscrizioni si doveva invece a Giacomo (Iacopo) Mancini da
Montepolciano , che descrisse dettagliatamente i caratteri
dell’arco nel primo livret prodotto a Genova . Si trattava
di una struttura ad unico fornice, dalla cromia assai vivace
volta a riprodurre una notevole varietà di materiali
illusivamente preziosi: la machina era finta in marmo svenato,
con alcune storie, figure e statue realizzate in mischi ,
altre sculture e scene dipinte di color di bronzo. Erano poi
imitate la pietra turchina, quella morella e quella verde.
Il complesso decorativo, arricchito da numerose scritte latine,
era teso ad esaltare la dinastia degli Asburgo, i cui rami
nuovamente si incrociavano grazie alla politica matrimoniale
preordinata nei suoi ultimi anni da Filippo II, sottolineando
il loro ruolo di campioni delle fede. Tutti i lati dell’arco
erano decorati da una grande quantità di statue, che
ritraevano i membri della dinastia, a partire da Filippo III
e Margherita, novelli sposi, risalendo indietro sino a Rodolfo
I . Nelle varie scene che illustravano le gesta di questi
personaggi erano preferiti i temi attinenti alle vittorie
sugli Infedeli, dal grande riquadro con la vittoria di Lepanto
raffigurante in primo piano Don Giovanni d’Austria sul
carro di Nettuno alle illustrazioni della presa di Tunisi,
della sconfitta dei Turchi assedianti Vienna e così
via. A queste figurazioni narrative si alternavano la rappresentazione
di allegorie delle virtù (Fama, Onore, Eternità
etc..) e della città ospitante (statue simboleggianti
la Liguria e Genova), quattro aquile in rilievo ed i grandi
stemmi con le armi dalla casa d’Austria (facciata ovest)
e dei sovrani di Spagna (facciata est) . Un effimero di questo
genere, del quale per la prima volta , grazie al livret del
Mancini, ci è nota non solo la struttura decorativa,
ma anche la cromia, aveva senz’altro punti di contatto
con le facciate dipinte di cui Genova era ricca, ad esempio
con quella del Palazzo di San Giorgio - anche piuttosto vicina
come cronologia di esecuzione - della quale è stato
notato il carattere di apparato durevole .
Attraversato l’arco, che nascondeva un palco da cui
provenivano i suoni di una soave melodia , la Regina, accompagnata
da numeroso seguito e dal parallelo barchegiare vicino agli
scogli delle galee parate di banderole d’oro e d’argento
, raggiunse insieme alla madre e all’Arciduca Alberto
il Palazzo del Principe, in cui doveva essersi appena concluso
– proprio in vista della visita regale, così
come il ciclo periniano era stata approntato in tempo per
l’arrivo di Carlo V – il maggiore intervento decorativo
eseguito durante la gestione di Giovanni Andrea Doria, ovvero
la decorazione plastica delle sei nuove sale del piano nobile,
della galleria e della cappella ad essa contigua . Marcello
Sparzo e i suoi collaboratori avevano raffinatamente tradotto
in stucco un programma iconografico che accostava ad episodi
mitologici temi di esaltazione imperiale e dinastica. Nelle
sale della dimora, parate con la massima ricchezza, Margherita
diede audienza a molti Ambasciatori di principi , rinnovando
i fasti delle visite imperiali della prima metà del
secolo. Secondo il De Faing, giovane membro dell’entourage
dell’arciduca, sulla facciata del palazzo era visibile
un’iscrizione che, in risposta ad una maligna insinuazione
del governatore di Milano, proclamava in Italiano e Spagnolo
che nulla, all’interno della dimora, era preso in prestito
: un non riuscito tentativo da parte del governatore, se la
notizia è esatta, di indebolire l’effetto della
splendida ospitalità di Giovanni Andrea, che un contemporaneo
descriveva come ricchissimo sopra ogni eccellenza d’Italia
e odiato da tutti fuorchè dal Re.
L’etica aristocratica dell’ospitalità
e del consumo ostentativo, eletta a sistema da Giovanni Andrea
ed esasperata sino a farne un segno distintivo della propria
persona e della propria casa, congiunta all’ininterrotta
fedeltà alla Corona fu efficace sostegno della posizione
del Doria nel quadro della politica filospagnola internazionale.
Alla sua morte (1606), ebbe inizio per il ramo primogenito
della famiglia un complessivo, graduale declino della capacità
di esercizio del potere reale – nonostante il conferimento
da Madrid di cariche importanti a membri delle generazioni
successive, a conferma della persistenza di un legame privilegiato
- in un quadro generale caratterizzato dal progressivo logorarsi
del rapporto fra la Repubblica di Genova e la Spagna. Le diminuzione
delle risorse non impedì ai discendenti Doria di continuare
a lungo ad esprimere una significativa committenza artistica
e ad intrattenere rapporti internazionali di altissimo livello,
identificando proprio nella tradizione di ospitalità
ai sovrani spagnoli uno dei motivi di perdurante distinzione
del casato. All’inizio del quarto decennio del secolo
- un periodo nel quale la Repubblica era in stato di sostanziale
conflitto con i Savoia, dopo l’attacco franco-piemontese
del 1625, ed in cui le relazioni con l’alleato spagnolo
erano estremamente tese - Giovanni Andrea II, nipote di Giovanni
Andrea I e futuro vicerè di Sardegna , ebbe l’onore
di accogliere nel palazzo di Fassolo la Regina Maria d’Ungheria,
sorella di Filippo IV di Spagna, e tre anni dopo il Cardinale
Infante Fernando diretto nelle Fiandre per assumerne il governo,
spendendo per ciascun hospitaggio l’ingente somma di
circa 30.000 ducati . Coerentemente agli usi antichi della
casa, ci si preoccupò di preparare il palazzo all’arrivo
della sovrana fornendolo di nuove tappezzerie pregiate (per
il valore di 11.373 lire, quasi quattro volte il costo complessivo
dell’arco trionfale eretto nel 1633, a spese pubbliche,
per il Cardinale Infante), delle quali doveva fare parte il
parato di velluto rosso lavorato con tela d’oro e d’argento
e fiori di seta segnato nell’inventario dei beni come
pertinente alla stanza della Regina. La visita del cardinale,
impegnato tra l’altro in una delicata opera di mediazione
tra la Repubblica e il Duca di Savoia , ebbe carattere più
esplicitamente politico, con continue visite di ambasciatori
ricevuti dall’Infante Fernando nella Galleria della
dimora doriesca; non mancarono momenti di intrattenimento,
tra l’altro membri del seguito del cardinale si produssero
in una commedia spagnuola per festeggiare la nascita del secondo
figlio del re . E’ possibile che all’occasione
della permanenza dell’Asburgo presso i Doria si leghi
la presenza nel Palazzo del Principe, dal XVII secolo, del
Ritratto del Cardinale Infante della bottega di Rubens, redazione
coeva alla tela conservata a Monaco eseguita dal maestro su
diretta commissione del cardinale.
Mentre Giovanni Andrea II si occupava dell’ospitalità
privata, la Repubblica provvedeva, come di consueto, agli
apparati di accoglienza. Dato fondamentale dell’occasione
fu l’inaugurazione di un nuovo percorso trionfale. Per
l’ingresso solenne di Maria, sbarcata a Genova il 20
giugno , un imponente arco, alto circa 22 metri, fu costruito
in via Balbi, la strada aperta ed edificata, pochi anni prima,
tra la porta di S. Tommaso e la piazza del Guastato. Posto
quasi nel fine della via, vicino alla chiesa dei Giesuiti
, l’arco di ordine dorico – che, stretto tra la
mole dei palazzi ai fianchi, pareva nuova porta alla città
– presentava una sola apertura centrale e ai lati due
logge di forma ovata. L’apparato decorativo era stato
ideato da Gio. Vincenzo Imperiale, politico e letterato, protagonista
della vita culturale genovese nei primi decenni del Seicento,
in continuo contatto con poeti quali il Chiabrera ed il Marino,
di cui condivideva il gusto per l’erudizione preziosa.
Come già l’arco costruito in onore di Margherita
d’Austria, quello eretto per Maria aveva come oggetto
primario l’esaltazione dinastica degli Asburgo - a celebrazione
di una ulteriore alleanza matrimoniale tra il ramo spagnolo
e quello imperiale – non più, però, incentrata
sul tema della lotta contro il Turco. La struttura era dominata,
in alto, da un globo terracqueo sostenuto da grandi aquile
e sormontato dalla Fama che porgeva una corona alla Regina;
due colonne tortili sorrette dalle logge laterali sostenevano
statue colossali di Maria e del suo sposo, volte l’una
verso l’altra. La rievocazione dei fasti della stirpe,
articolata intorno alla glorificazione di sei illustri figure
(i quattro Filippi , Carlo V e Ferdinando I), era condotta
per mezzo di parametri retorici e non storici, attraverso
l’individuazione della qualità distintiva di
ogni personaggio: era la personificazione di tale virtù
, non un ritratto, a rappresentare il sovrano in questione,
e la selezione delle gesta raffigurate nei rilievi connessi
a ciascuna statua allegorica dipendeva dalla capacità
dei singoli episodi di illustrare tale specifica qualità.
In questa impeccabile esercitazione nel genere letterario
dell’encomium trovava posto anche un rimando preciso
alla realtà locale, affidato non tanto alla tradizionale
inserzione, sui due frontespizi, di allegorie della Liguria
e di Genova (Giano bifronte), quanto alla rappresentazione,
nei rilievi raffiguranti le gesta benevole di Filippo IV,
di episodi del recente passato carichi di significati attuali:
l’arrivo delle galee spagnole e napoletane recanti uomini
e denari in soccorso ai Genovesi, in occasione dell’invasione
tentata dai Savoia (1625), nonché l’aiuto portato
dalla Spagna al recupero della Riviera da parte della Repubblica
nella stessa circostanza. Nel contesto celebrativo dell’arco,
l’Imperiale – che pure non esitava a denunciare
gli strapazzi inflitti a Genova dagli alleati spagnoli, ed
era tra gli innovatori che volevano combatterne l’ingerenza
rafforzando l’unità e l’indipendenza della
Repubblica - volle quindi ricordare l’elemento più
positivo nella storia recente dell’alleanza, ovvero
la protezione militare effettivamente garantita nel momento
del bisogno.
L’arco eretto per l’entrata del Cardinale Infante
fu collocato nel medesimo luogo ove era stato posto tre anni
prima quello per l’introitus della regina Maria. Di
questo apparato trionfale si conoscono gli artefici –
l’architetto Rocco Pellone, il pittore Domenico Fiasella,
lo scultore Martino Rezi ed una squadra di collaboratori –
ma non l’ideatore, che va comunque individuato nella
cerchia degli aristocratici “letterati” legati
all’Accademia degli Addormentati e ad Anton Giulio Brignole
Sale , connotati dallo stesso tipo di cultura – anche
politica - espresso da Gio: Vincenzo Imperiale. L’apparato
decorativo, descritto nella relazione di viaggio pubblicata
da un cronista al seguito del cardinale ed analizzato nei
dettagli dal Magnani , si distaccava dalla tipologia dinastica
dei precedenti ed organizzava il corredo di imprese e statue,
variamente allusive alla persona del Cardinale, intorno al
tema centrale della ricerca della pace, congiunto all’omaggio
per la dignità di principe spirituale propria del nobile
ospite. Particolarmente innovativi erano due grandi riquadri,
nei quali Fiasella aveva ritratto Cristoforo Colombo nell’atto
di piantare la croce sul suolo americano, e lo stesso personaggio
intento ad offrire ad Isabella e Ferdinando un globo terrestre
e doni portate dalle Indie. Si capovolgeva così il
messaggio espresso nei rilievi dell’arco in onore di
Maria: del rapporto di alleanza tra Genova e la Spagna si
metteva in luce non il vantaggio recato alla Repubblica, soccorsa
dalle forze spagnole in un difficile frangente, ma il contributo
immenso dato da un figlio di questa alla grandezza iberica.
Un’allusione ai meriti della città nel momento
in cui si affidava all’augusto visitatore un incarico
di mediazione - sfociato nella pace negoziata con il Savoia
l’anno seguente - vitale per la sopravvivenza dello
stato genovese; ma anche la rivendicazione di una reciprocità
di benefici tra le parti, volta a sfatare l’idea, impressa
dagli Spagnoli nella mente della maggior parte del mondo ,
secondo cui dalla loro amicizia sarebbero derivati alla Repubblica
solo Indie di favori.., Cucagne di protezione, Perù
di benefici.
I Doria di Melfi, come molti altri “grandi”,
rimasero convinti partigiani della Corona spagnola nella complessa
situazione della metà del secolo, in cui la devozione
di Genova verso il tradizionale protettore si riduceva sempre
più a formula rituale e si affermava, pur parzialmente
e problematicamente, una linea diplomatica di neutralità
armata . La famiglia, il cui governo fu tra il 1640 e il 1646
e nuovamente tra il 1654 e il 1671 in mani femminili in attesa
della maggiore età degli eredi, attraversò un
periodo di relative difficoltà economiche. Pur in una
situazione di contrazione dei consumi e perdita di ruolo all’interno
della scena politica cittadina, però, essa difese tenacemente
la tradizione degli hospitaggi dei sovrani spagnoli quale
precipuo elemento distintivo del proprio rango: nel 1666,
in occasione del passaggio in Italia dell’Infanta Margherita,
figlia di Filippo IV e sposa dell’imperatore Leopoldo,
Violante Lomellini Doria si oppose con tutte le sue forze
a che la sovrana fosse alloggiata a Fassolo come ospite della
Repubblica, e non della famiglia, un modo di procedere concordato
tra il Doge e il governatore di Milano che, collocando il
Palazzo del Principe all’interno del normale sistema
genovese di ospitalità pubblica nelle dimore dei privati
, avrebbe inferto al prestigio dei Doria il colpo più
duro, rendendo la loro casa formalmente uguale a tutte le
altre dei cavalieri di questa città .
(Adattato da: Laura Stagno, Sovrani spagnoli
a Genova: apparati trionfali e “hospitaggi” alla
corte dei Doria, in Genova e la Spagna. Opere, artisti, committenti,
collezionisti, a cura di P. Boccardo, J.L. Colomer, C. Di
Fabio, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale, 2002,
pp. 73-87) |