| L’ “hospitaggio” a
Genova di Massimiliano re di Boemia e di altri sovrani Asburgo
della linea imperiale.
I due rami della Casa d’Asburgo, pur talora contrapposti
da interessi politici divergenti e da rivalità fra
le corti, mantennero per tutto il secolo seguente l’abdicazione
di Carlo V una sostanziale unità, ribadita dalla eccezionale
frequenza di matrimoni tra membri della linea spagnola e di
quella austriaca: la politica endogamica della famiglia tra
il 1550 e il 1700 è senza uguali nella storia dell’Europa
occidentale. Genova, luogo chiave dell’itinerario
che congiungeva i centri del potere asburgico, fu spesso teatro
dell’ostensione cerimoniale di esponenti illustri della
stirpe in momenti significativi, quali appunto i viaggi tra
la Spagna e le capitali dell’Europa Centrale –
nell’una o nell’altra direzione - in occasione
delle nozze fra rappresentanti dei due rami del casato o delle
“entrate” solenni di membri della famiglia inviati
a reggere gli stati loro soggetti. La sede destinata ad ospitare
gli Asburgo a Genova fu sempre, sino al XVII secolo, il Palazzo
del Principe : in questa dimora, della quale Perino del Vaga
ed i suoi collaboratori avevano appena concluso la raffinata
decorazione, Andrea Doria accolse con il massimo splendore
Carlo V nel 1533 e nei suoi successivi passaggi in città,
ed il figlio Filippo nel 1548 ; nello stesso palazzo furono
intrattenuti gli arciduchi d’Austria, poi re di Boemia
ed imperatori Massimiliano II e Rodolfo II, l’arciduca
Alberto con la cugina Margherita di Stiria, ed altri importanti
esponenti della linea imperiale. Il rapporto privilegiato
del Doria e dei suoi successori con la corona spagnola, rivendicato
quale elemento distintivo del rango della famiglia anche una
volta declinato il potere politico di questa , si estendeva
infatti anche al ramo “cesareo” e l’ospitalità
nella residenza di Fassolo ne era l’emblema più
esplicito. Agli hospitaggi dei rappresentanti di tale linea
del casato – che peraltro per educazione, parentela,
varietà del seguito e percezione del carattere sovranazionale
della loro stirpe affiancavano al senso di appartenenza all’Europa
centrale i legami con la cultura spagnola e quella fiamminga
– è dedicato questo contributo.
Un ospite di particolare riguardo, accolto più volte
a Genova con adeguati onori, fu il figlio di Ferdinando I,
l’arciduca Massimiliano. All’età di vent’anni,
nel 1548, Massimiliano ricevette in sposa la cugina Maria,
prima figlia di Carlo V. Celebrato per procura il matrimonio,
il giovane raccolse un degno seguito e si avviò verso
Genova, dove Andrea Doria lo attendeva per accompagnarlo con
la sua flotta a Barcellona, dalla quale egli avrebbe raggiunto
Valladolid. L’arciduca, educato presso la corte spagnola,
era destinato a salire sul trono Boemo, che il padre Ferdinando,
detentore dal 1526 della corona di san Venceslao,
cercava proprio in quegli anni di trasformare da elettivo
a ereditario. La prima rivolta anti-asburgica delle terre
ceche era stata domata di recente (1547), e la posizione del
casato ne era uscita rafforzata; la composizione del seguito
di Massimiliano aveva un evidente significato politico. La
partecipazione di esponenti dell’aristocrazia boema
che si erano dimostrati leali alla famiglia imperiale, insieme
a gentiluomini provenienti dagli altri stati del dominio asburgico,
era per i magnati prescelti onerosa, ma ne esaltava pubblicamente
lo status, oltre a fornire una preziosa opportunità
di stringere rapporti più stretti con il giovane che
con ogni probabilità sarebbe stato il loro futuro sovrano
ed il suo entourage. Il corteo lasciò Augusta l’11
giugno, e giunse a Genova il 20 luglio, dopo aver toccato
Innsbruck, Mantova e Milano : fedele specchio della varietà
di popoli presenti nelle terre degli Asburgo, esso era composto
da molti gentilhuomini Alemanni, Boemi, Spagnuoli, Borgognoni,
e Fiaminghi ben montati, e benissimo vestiti.
I faticosi versi di Teodoro Siciliano, maestro di scuola
a Genova, ci tramandano in un’operetta dedicata ad Adamo
Centurione – La valorosa et trionfante gionta &
pomposa intrata della regal alteza de don Maximiano principe
di Boemia e duca Daustria fatta nella città di Genova...
- una serie di dettagli riguardanti le accoglienze riservate
all’arciduca, cui altre fonti – in particolare
le Historie di Marco Guazzo, come di consueto attento alla
dimensione cerimoniale e festiva degli eventi - aggiungono
più precise notazioni. Antonio Doria, accompagnato
da centocinquanta giovani con riche veste tel d’oro
e d’argento, si recò ad incontrare Massimiliano
ed il suo seguito a circa otto miglia di distanza dalla città,
tra suoni di trombe e di tamburi; lo accolsero poi a Sampierdarena,
per la strada de la Lanterna...ove era concorso puoco
men di tutto il popolo di Genova, Andrea Doria, il Doge
Benedetto Gentile ed il senato, tutti a cavallo, con il loro
seguito, che onorarono il visitatore dispiegando il cerimoniale
riservato alle entrate dei sovrani. L’abbigliamento
e l’insieme di comportamenti fissati dall’etichetta
per questi complimenti erano tra i più importanti strumenti
di comunicazione delle società di antico regime: essi
da un lato rappresentavano visivamente, di fronte a cittadini
e forestieri, la maestà dello stato, dall’altro
davano precisa indicazione dello status che le entità
politiche coinvolte reciprocamente si riconoscevano. Le vesti
e i comportamenti descritti da Teodoro Siciliano e dal Guazzo
per questa occasione sono un esempio di applicazione del cerimoniale
genovese che, in uso già da lungo tempo, avrebbe poi
trovato codificazione nel Trattato delle cerimonie laiche
appartenenti alla S.ria di Genova (1569) , prodotto nel
contesto di uno sforzo di sistematizzazione dell’etichetta
di stato portato avanti dalla Repubblica tra le ultime decadi
del XVI secolo e la metà del XVII , in parallelo all’analogo
impegno delle più importanti corti d’Italia e
d’Europa. Il doge vestiva di carmosino (cremisi), la
sfumatura di rosso più pregiata, prescritta appunto
per la livrea di pompa. Poichè si era d’estate,
egli portava veste damaschine: nel novembre dello
stesso anno, all’arrivo del principe Filippo, il Gentile
si sarebbe presentato ad accoglierlo con abiti del medesimo
colore, ma di velluto , sempre in stretto accordo con le norme
riportate dal Trattato. La veste doveva essere - in seguito
alla concessione nel decennio precedente, da parte di Carlo
V, della facoltà di fregiarsi dell’abito e delle
insegne ducali - togata , con le maniche tagliate a campana
; e su di essa il doge al collo un catinon portava d’oro
/ che al mio parer valeva un tesoro, come riferiscono le ingenue
rime di Teodoro Siciliano. Egli era accompagnato dai senatori
vestiti di damasco nero sino a la terra – i robboni
lunghi sino ai piedi erano il simbolo della dignità
delle cariche pubbliche - e dagli officiali a piedi vestiti
novamente di giupponi calce, & veste pavonazze di seta.
Due mazzieri a cavallo recavano due mazze d’argento
molto grande, & a l’uso di damasco riccamente lavorate
, insegne della Giustizia; il gran scudiero della signoria
procedeva dinanci il duce con lo stocco in mano: la grande
spada, con il guarnimento, & il fodro dorato , era uno
dei simboli del rango dogale. Il gruppo era poi completato
da numerosi gentiluomini e da trecento soldati italiani.
Avvenuto l’incontro con Massimiliano, si formò
un unico fastoso corteo, che procedette verso il Palazzo del
Principe sotto gli occhi del numeroso popolo accorso, nonché
delle dame e damigelle, mirabili per bellezza e ricchezza
di ornamenti, che occupavano le finestre e le porte di tutte
le case poste lungo il percorso. Frattanto dalle galee parate
a festa, dal molo e dai bastioni partivano le salve di piu
di quatro cento artelarie tal che la terra ferma, l’acqua,
e l’aria rimbombavano – esse facevan tanto gran
flagello / che Genova pareva un mongibello – cui si
univa il suono di trombetti, piffari, e altri strumenti navali
marinareschi. Sfilarono i bagagli, le lettighe e i cocchi
a l’ongaresca dell’arciduca, questi ultimi tirati
da superbi cavalli che avevano tinte le longhissime cume di
alchena, cioè avevano le chiome colorate di rosso aranciato
con l’hennè , secondo un uso di matrice orientale;
venivano poi i gentiluomini di vari paesi della famiglia di
Massimiliano ed altri di diverse città italiane, quindi
vinti paggi del Principe sopra corsieri bellissimi diversamente,
e di gran ricchezza adornati, a le spalle de quai erano vinti
trombetti Alemanni in due schiere, con un timpano a la guisa
ongaresca, cosa fantastica, e molto bella da vedere che di
continuo sonava ; seguivano numerosi gentiluomini d’ogni
nazione, primo fra tutti Andrea Doria, e finalmente l’Arciduca
tra il Cardinale di Trento e il Doge. Il fuoco dell’attenzione
di tutti era naturalmente il giovane Massimiliano, in habito
di vero soldato , la cui formosità e gratia, insieme
all’allegreza con cui ricambiava i saluti –
lo si vedeva sempre col capello in mano... honestamente
con il capo chinato far riverenza a quelle gentildonne che
a lui la facevano – non mancarono di colpire gli
astanti, contribuendo a fondare quel giudizio di personale
affabilità e cortesia che avrebbe accompagnato l’Asburgo
per tutta la vita, distinguendo nettamente il suo comportamento
da quello del cugino Filippo di Spagna e dei figli Rodolfo
ed Ernesto .
Dettagli insoliti ed “esotici” del seguito, quali
i cocchi ed il timpano alla guisa ongaresca, costituivano
anch’essi elementi di notevole interesse, consentendo
agli astanti di conoscere qualche aspetto dei costumi propri
di popoli diversi – in questo caso, in particolare,
quelli dell’Europa Centrale - che i membri del corteo
di diversa nazione e quanti avevano l’onore di intrattenere
la nobile compagnia avevano occasione di conoscere meglio
attraverso le molteplici opportunità di incontro offerte
dal viaggio e grazie a momenti di alta importanza rituale
come lo scambio di doni. Assai più profonda e fertile
di conseguenze era però l’impressione che il
contatto prolungato con la civiltà rinascimentale italiana
produceva sui gentiluomini che dagli stati del centro Europa
provenivano. Per quanto riguarda la componente boema del corteo
di Massimiliano, questo viaggio e ancor più la successiva
spedizione del 1551, della quale si dirà in seguito,
portarono ad un cambiamento radicale negli orientamenti culturali
dell’aristocrazia ceca, la cui élite tentò
per la prima volta di accogliere la cultura rinascimentale
come proprio stile di vita - a partire appunto dalla
imitazione dell’abbigliamento, dei modi della rappresentanza,
dell’arte culinaria italiani – e precisamente
in quella forma in cui [tale cultura] era offerta nelle residenze
principesche e nei palazzi cittadini nella zona compresa tra
Mantova e Genova . I magnati boemi non si limitarono
però ad importare nel loro paese la moda e la cucina
italiane, di cui i sarti e i cuochi aggregati al loro entourage
si impratichivano durante le soste del viaggio : è
a partire da questo momento che palazzi e ville cechi vennero
rinnovati o costruiti ex novo secondo il modello italiano,
spesso con l’intervento diretto di architetti chiamati
dall’Italia, e il gusto italiano influenzò in
maniera significativa gli arredi e le opere d’arte figurativa
che ornavano tali residenze, così come la musica che
in esse si ascoltava.
Il Palazzo del Principe, nel quale Massimiliano, il Cardinale
di Trento ed altri illustri personaggi del seguito furono
albergati splendidamente, era certamente fra le dimore
più raffinate ed aggiornate visitate dall’arciduca
e dalla sua compagnia. Perino del Vaga, importando a Genova
il linguaggio della Maniera moderna romana, ne aveva qualificato
gli ambienti con una ricca decorazione plastica e pittorica
- conclusa in tempo per fare della residenza degna sede dell’ospitalità
offerta da Andrea Doria a Carlo V nel marzo del 1533 –
alla quale erano iconograficamente coordinati i cicli di arazzi
disegnati dal medesimo artista. La ricchezza di arazzi, tessuti
auroserici e argenti che caratterizzava l’arredo del
palazzo, accresciuta ad ogni hospitaggio importante,
era l’elemento che maggiormente aveva colpito i testimoni
delle fastose accoglienze ricevute dall’imperatore in
occasione dei suoi molteplici soggiorni nella dimora. La magnificenza
di tale apparato fu riproposta in occasione della visita di
Massimiliano, che, ricevuto in città cum maximo
honore , fu accolto nel palazzo come sarebbe spettato
al padre Ferdinando: qui per l’Arciduca di Austria,
figliolo del Re de’ Romani, se li aparò la casa
come fusi statta la persona di sua Mag.tà, scriveva
Nicola Valentini Veneziano, raro ed unico maestro di ricami,
servitore del Principe Doria , che alla preparazione di tale
apparato, connotato dalla profusione di richi paramenti doro
brocato rizo & carmosino, aveva come di consueto
sovrinteso. Gli intrattenimenti organizzati furono parimenti
fastosi. Alla sera, dopo la cena e la musica, si tenne uno
spettacolo pirotecnico: nella piazza del principe D’Oria,
un castello di tavole attaccato ne l’aria, con quattro
ruote di fuoco che gettavano razzi, sparò un gran numero
di piccoli pezzi di artiglieria. L’arciduca - che la
domenica si era recato, in accordo con la tradizione, a udire
la messa nella Cattedrale di san Lorenzo - ricevette prima
della partenza, avvenuta il 25 luglio, numerosi doni. Da parte
sua egli offrì al Doria un prezioso orologio d’argento
dorato, alto poco meno di quattro palmi , la cui complessa
iconografia di esaltazione della casa d’Austria culminava
nell’immagine dell’Imperatore seduto, di fronte
al quale si presentavano a fare riverenza, al suonare delle
ore, le figure dei sette Elettori mosse da un congegno. Nessuna
fonte indica, purtroppo, il nome dell’artefice di questo
pezzo eccezionale, nè la sua nazione di appartenenza.
Il presente era di notevole valore , ma anche particolarmente
ricco di significati, che sembrano rimandare in primo luogo
alla valenza emblematica politico meccanica attribuita
agli orologi : in questo caso intesa nel senso di una celebrazione
del “meccanismo” concorde dell’impero fondato
sulla grandezza della stirpe degli Asburgo, cui alludeva l’albero
radicato nella figura distesa di un guerriero con le insegne
imperiali, posta alla base della struttura. Il Doria dovette
apprezzare debitamente i significati del dono. Un orologio,
di più semplice fattura ma anch’esso connotato
da elementi iconograficamente interessanti, compare in primo
piano nel Ritratto di Andrea Doria con il gatto,
di recente attribuito da Ines Aliverti al pittore fiammingo
Willem Key, che forse proprio al seguito di Massimiliano potè
raggiungere Genova nel 1548, entrando in contatto con l’ammiraglio:
un oggetto dalla forte carica simbolica che accomuna l’effigie
del vecchio genovese a numerose immagini “politiche”
di Carlo V e di altri illustri personaggi della sua corte.
Suggello finale della esibizione di lussuosa raffinatezza
voluta dal Doria fu la nuova quinquereme fatta apprestare
dall’ammiraglio, la quale fece ornare con tanta
magnificenza...che si poteva dire, che dal tempo de’
Romani fino allora non se ne fosse veduta una tale. Essa
portava trecento vogatori e duecento tra marinai e soldati,
aveva centoundici pezzi di artiglieria, ed era eccezionale
per la ricchezza degli ornamenti , come già altre galee
approntate per ordine di Andrea nel decennio precedente, spesso
con intagli e apparati tessili disegnati da Perino del Vaga,
in particolare la quatrireme costruita e decorata nel 1535
per Carlo V . La galea bastarda destinata a trasportare Massimiliano
a Barcellona – poi a condurre, qualche mese dopo, Filippo
a Genova - aveva la poppa tutta intagliata e dorata, l’apparato
tessile di broccato d’oro, damasco cremisi e raso dello
stesso colore con fiocchi, frange e griselle d’oro,
ed era ornata di un gran numero di bandiere, quarantadue in
totale, anch’esse in damasco e oro . Le camere di abitazione
erano quatro stancie l’una dreto l’altra,
che non pare d’esse[re] in galera, anci in una bella
casa intera. Massimiliano, che già vi era montato
per diporto durante il suo soggiorno genovese, vi s’imbarcò
con parte del seguito, dopo essersi vestito, insieme a diversi
soi principali, alla marinaresca con camiciola, calzoni e
berrettino, tutti però in damasco cremisi orlato d’oro
. Su questa sontuosa galea il Doria condusse l’arciduca
in Spagna, dove lo attendevano i festeggiamenti per le nozze
con l’infanta Maria, e poi – per volontà
dell’imperatore – più di due anni di soggiorno
nel ruolo di reggente del regno iberico insieme alla moglie
, in assenza dello stesso Carlo V e di Filippo, impegnato
nel viaggio attraverso i suoi futuri domini. Trascorso tale
periodo, Massimiliano, che nel febbraio 1549 era stato accettato
dalla dieta di Praga quale sovrano ereditario della Boemia
ed era ormai salutato ovunque con il titolo di re di quello
stato, accompagnato solo da un ristretto seguito raggiunse
la Germania . Nel luglio del 1551 dalla Allemagna tornò
a Genova, dove due giorni prima era giunto anche il cugino
e cognato Filippo dalle Fiandre. I due giovani Asburgo, nuovamente
accolti con adeguati complimenti ed ospitati con festa e onore
a Palazzo del Principe, s’imbarcarono e furono scortati
dal Doria a Barcellona . Nei mesi precedenti Massimiliano,
con l’attenta regia del padre e l’aiuto del fratello
Ferdinando inviato in Boemia come reggente, aveva organizzato
con la massima cura il viaggio d’onore, che a partire
dal 20 ottobre seguente doveva portarlo dalla Spagna alle
terre ceche insieme alla moglie Maria, incinta del terzo figlio,
e ai due bambini già nati . Genova, cui li avrebbe
condotti come di consueto la flotta del Doria, era naturalmente
una tappa significativa del percorso. Gli Asburgo vollero
che vi confluissero in gran numero i nobili boemi, per dare
qui il benvenuto alla loro regina. I gentiluomini provenienti
dai territori cechi, dall’Austria e dall’Ungheria
si erano riuniti a Linz il 24 giugno, procedendo poi verso
la città ligure. La componente ceca era forte di circa
duecento uomini, che però scelsero di non soggiornare
a Genova in attesa dei sovrani, a causa dell’elevato
costo della vita e dell’obbligo di consegnare le armi
alle porte della città: pur visitando più volte
la Superba – di cui dovette colpirli l’immensa
ricchezza: for people from Central Europe of the second
half of the 16th century the visit to Genoa was almost a shock
- essi si stabilirono a Voghera e in parte a Pavia .
Il lungo soggiorno consentì agli aristocratici boemi
di intrecciare relazioni con la nobiltà ed il clero
locali, e di subire sempre più il fascino della civiltà
italiana, evidente nel graduale adattarsi del loro abbigliamento
e dei loro banchetti al gusto locale . All’arrivo di
Massimiliano e Maria, che sbarcarono il 13 novembre, essi
si affrettarono a raggiungere la città, dove i gentiluomini
dell’Europa centrale si unirono al seguito spagnolo
dell’infanta. Il giovane Asburgo si era preoccupato
che membri della corte e famigli vestissero all in unser farb,
ovvero portassero divise con i colori araldici del suo casato
(nero e giallo con accessori bianchi), mentre per ordine di
suo padre erano stati procurati da Ferdinando, reggente in
Boemia, ventiquattro magnifici cavalli per il seguito di dame
della regina . Un’attrazione insolita aumentava la magnificenza
del seguito: esso includeva un elefante indiano , anch’esso
trasportato dalla Spagna a Genova dalla flotta di Andrea Doria,
donato a Massimiliano dal re del Portogallo Giovanni III,
chosa mai più statta veduta in Genova, come
correttamente notava Giovanni Salvago . L’elefante regalato
dal re del Portogallo al nonno, l’imperatore Massimiliano
I, aveva infatti raggiunto Vienna via terra, attraversando
i Pirenei e la Francia. Non era infrequente per principi e
sovrani esibire, nelle loro spedizioni, animali esotici e
rari, che costituivano una delle attrattive di questi eventi
eccezionali: nel suo viaggio del 1548 Filippo aveva con
sè tre Satiri nuovamente portati da le Indie... ancho
una Sirena ma morta, & altre strane forme di animali,
tra cui simie e babuini. L’elefante di Massimiliano
era certamente più spettacolare: esso suscitò
grande impressione in tutti i paesi attraversati. Attorno
alla sua figura fiorirono aneddoti e leggende, e la sua presenza
fu uno dei tratti distintivi dell’entrata solenne dei
re di Boemia a Vienna . |