Vincenzo Gheroldi
LA TECNICA DI PITTURA MURALE DI PERINO
DEL VAGA
Tre note sulla Loggia
degli Eroi di Palazzo Doria del Principe a Genova
Si deve ad Alessandro Conti la messa a punto della corretta
prospettiva di lettura del capitolo XVIIII della terza parte
dell’introduzione alle Vite di Giorgio Vasari “Del
dipingere in muro, come si fa e perché si chiama lavorar
in fresco”: un testo apparentemente orientato a definire
l’ortodossia della pittura murale, ma in realtà
scritto con l’intenzione di individuare in una particolare
tecnica alcune caratteristiche legate ai temi del dibattito
cinquecentesco sulla priorità fra le arti . Il desiderio
di mostrare l’esistenza all’interno della pittura
di una tecnica in grado di competere con la lavorazione senza
pentimenti della scultura, e con la sua durata nel tempo,
aveva infatti portato Vasari a costruire un’immagine
decisamente intellettualizzata dell’affresco, costruita
sui valori della tecnica “durabile”, “virile”,
“risoluta”, basata sul “giudizio saldo”
.
Alcuni dipinti murali contemporanei, che ostentavano una matericità
da muro dipinto, erano probabilmente apprezzati anche sulla
base di questa retorica dell’affresco. Tuttavia le testimonianze
materiali documentano l’esistenza di una produzione
tecnicamente molto variata, che evidentemente era sostenuta
da un gusto aperto all’accettazione delle differenti
tecniche di pittura murale. Pittori diversi potevano infatti
lavorare contemporaneamente negli ambienti di uno stesso edificio
e per un medesimo committente con tecniche molto differenti,
perché i destinatari delle loro opere giudicavano positivamente
la varietà tecnica, e verosimilmente correlavano i
diversi usi tecnici con le differenti maniere individuali.
Nel 1549 Fra’ Sabba da Castiglione metteva ad esempio
a confronto due dipinti murali che aveva commissionato a Girolamo
da Treviso e Francesco Menzocchi nella Chiesa della Commenda
di Faenza, descrivendo la loro relazione come un “ardito
combattimento” . Uno stesso pittore poteva anche impiegare
diverse tecniche di pittura murale, per diversificare le parti
di uno medesimo ambiente o per differenziare gli ambienti
di un unico edificio, realizzando una variatio tecnica che
evidentemente era desiderata dai destinatari della sua opera.
Giulio Romano nella sala di Psiche del Te a Mantova aveva
previsto un’esecuzione ad olio della volta, e una realizzazione
prevalentemente a fresco e a latte di calce, con interventi
a tempera e qualche completamento a lacca, per le pareti .
Perino del Vaga in palazzo Doria a Genova aveva invece distinto
tecnicamente la pittura degli ambienti. Sulla volta del Salone
del Naufragio aveva dipinto ad olio la grande specchiatura
centrale con Nettuno che calma la tempesta dopo il naufragio
di Enea, ricordata sia da Vasari “colorita in muro a
olio” sia da Armenini “dipinta ad oglio”,
proprio in opposizione all’esecuzione “in fresco”
adottata da Perino nell’attiguo Salone dei Giganti .
Mentre nel Seicento, prima di andare perduta, la “pittura
ad olio sopra la calce” appariva “oscurata”:
dal fumo delle torce, secondo il Soprani, ma forse anche dall’alterazione
del legante oleoso .
Secondo la cronologia indicata da Vasari, questa scena, “colorita
in muro ad olio”, aveva costituito la prima impresa
di Perino in palazzo Doria. Non conosciamo la fonte di questa
informazione e non abbiamo elementi per verificare l’esattezza
dell’indicazione vasariana. Sappiamo però che
Vasari non aveva alcun motivo per inventare un riferimento
temporale che è al tempo stesso molto preciso e del
tutto marginale rispetto allo schema narrativo non cronologico
ma topografico che aveva scelto per descrivere i dipinti eseguiti
da Perino in Palazzo Doria . In ogni caso Vasari trovava del
tutto plausibile che la prova di presentazione del pittore
alla committenza e al pubblico ammesso al palazzo non fosse
un affresco ma un dipinto ad olio su muro. Se Perino aveva
affidato alla pittura ad olio su muro la propria immagine
professionale, non era scontato, neppure per il teorico che
aveva esaltato nel “lavorar in fresco” la tecnica
“durabile”, “virile”, “risoluta”,
basata sul “giudizio saldo”, che il ruolo di tecnica
esemplare dovesse essere occupato dall’affresco .
D’altronde tutto ciò che le fonti cinquecentesche
definivano “pittura in fresco” era, nella realtà,
un’area tecnica costituita da una grande varietà
di procedimenti e di pratiche individuali. Basta leggere con
attenzione il capitolo VII del II libro del De’Veri
precetti della pittura di Giovanni Battista Armenini per accorgersi
come il termine “pittura in fresco” sia usato
da questo scrittore per indicare una serie di varianti tecniche
della pittura murale, distinte in opposizione all’olio
e alla tempera, ma che non sempre si possono classificare
come vere e proprie tecniche d’affresco. Anche l’esame
delle testimonianze materiali cinquecentesche mostra l’esistenza
di una notevole varietà di procedimenti: e proprio
il caso della pittura della Loggia degli Eroi di Palazzo Doria
del Principe a Genova, realizzata da Perino del Vaga verso
il principio degli anni trenta del Cinquecento, ci consente
di ragionare su questo problema .
I.
Cominciamo con l’accostare due macrofotografie. Si
tratta di una ripresa a luce diffusa [fig. 1 a] e di una a
luce radente [fig. 1 b] di uno stesso dettaglio della veste
dell’Allegoria della fama dipinta sopra la seconda porta
E. Si osserva molto bene la stratificazione della pittura,
a partire da un intonaco liscio grigiastro, una stesura di
scialbo a latte di calce intermedia, e una stesura a calce
a corpo sovrapposta. Su quest’ultima superficie rimangono
i frammenti di ocra gialla di una pittura liquidissima che
evidentemente sfruttava in trasparenza il bianco della calce
sottostante per realizzare un panneggio giallo molto luminoso.
L’effetto finale doveva essere analogo a quello ancora
ben conservato nell’armatura rossa del trofeo sorretto
dai putti della prima lunetta W, dove la pittura è
realizzata a velature e a tratti smazzati molto liquidi sopra
un’area preparata con una scialbatura bianca a calce
[fig. 2]. Questa attenzione alla qualificazione luminosa della
stesura pittorica con l’uso della preparazione scialbata
è presente anche in dettagli figurativi più
complessi. Lo scialbo, infatti, seppure in stesura liquida
e molto sottile, si trova usato anche come base nell’esecuzione
degli incarnati degli Eroi: a luce radente è possibile
osservare le lunghe pennellate che riempiono l’area
d’intonaco riservata alla testa [fig. 3], sopra le quali
delle stesure molto liquide realizzano la superficie finale
dell’incarnato [fig. 4 a]. Nei punti dove i volti sono
stati sfregiati con uno strumento acuminato si può
controllare in sezione questa stratigrafia. Nelle zone un
poco abrase in superficie, dove l’asportazione delle
finiture liquide è avvenuta soprattutto in corrispondenza
dei rilievi delle pennellate corpose sottostanti, è
possibile individuare lo scialbo bianco sottilissimo di preparazione
[fig. 5]. Anche un prelievo micro-stratigrafico e l’analisi
chimica condotte su un campione prelevato dalla gamba sinistra
del terzo Eroe della parete E ha mostrato la presenza di uno
strato sottile di scialbo posizionato fra l’intonaco
e la pellicola pittorica, dato a fresco sull’intonaco,
e che sostiene la stesura con l’ocra gialla e l’ocra
rossa dell’incarnato .
Queste preparazioni scialbate sono utilizzate da Perino in
modo molto selettivo e programmato. Non si tratta, nel caso
della Loggia degli Eroi, di una pittura condotta con la tecnica
della pittura a secco sopra grandi scialbature omogenee e
indiscriminate, caratteristica di molta pittura di destinazione
privata e di qualche ciclo religioso, e diffusa soprattutto
nell’area padana nella seconda metà del Cinquecento
. Nella Loggia di Perino lo scialbo ha sostanzialmente due
impieghi: anzitutto è usato come una stesura corposa
con la funzione di preparare le are destinate all’esecuzione
in ocra gialla e in ocra rossa dei panneggi e delle armature
in cuoio colorato dei trofei dell’intero ciclo; inoltre
è presente come uno strato sottilissimo dato a fresco
che fa da base alle stesure pittoriche altrettanto sottili
realizzate con miscele di ocra gialla, ocra rossa e bianco
di calce degli incarnati della maggior parte degli Eroi.
Si tratta di una tecnica documentata da parecchie testimonianze
materiali contemporanee. Le fonti scritte, invece, ignorano
la pittura su scialbo, nonostante il suo discreto successo,
la sua diffusione e le sue varianti, presenti soprattutto
in diverse aree dell’Italia settentrionale cinquecentesca.
Oltre ad un rapido accenno di Vasari, relativo alla pittura
più economica per la decorazione a grottesca, l’unica
vera menzione di questa tecnica in relazione alla pittura
“di storia” compare nel De’Veri precetti
della pittura di Giovanni Battista Armenini: un testo pubblicato
nel 1586, più di mezzo secolo dopo i fatti che stiamo
studiando, che descrive brevemente la pittura su scialbo solo
allo scopo di radunare una serie di osservazioni per la sua
bocciatura.
Questa sfasatura fra fonti materiali e fonti scritte mostra
come le riflessioni teoriche sulle tecniche delle arti possono
seguire traiettorie totalmente diverse da quelle imboccate
concretamente dagli artisti. Nel caso di Vasari, ad esempio,
l’obiettivo teorico che guida l’elogio dell’affresco,
impedisce, ovviamente, la descrizione di procedimenti che
potrebbero mostrare l’esistenza di una realtà
tecnica più flessibile e complicata da varianti impossibili
da ricondurre ad un unico modello normativo. Armenini, invece,
avvia, con una serie di osservazioni sulle caratteristiche
dei dipinti realizzati con diversi procedimenti, una riflessione
piuttosto articolata sulle pratiche della pittura murale,
all’interno della quale è ricordata anche la
pittura su scialbo.
Armenini comincia con un ragionamento che mette in luce la
complessità operativa dell’affresco e che forse
è in polemica con la volontaria semplificazione tecnica
della pagina vasariana. Anzitutto ricorda che sull’intonaco
fresco “si vien subito con le mestiche bozzando e coprendo
ogni cosa”, ma poi è necessario ripassare questa
prima stesura affrescata, che appare molto spenta, con una
seconda applicazione “[quindi] ricuopresi anco di nuovo
egualmente, mentre che la calcina si mostra esser fermissima
nell’esser suo. Conciosiacosachè quella [calcina],
sorbendo i colori della prima bozza in gran parte, egli è
necessario ancora che vi sia la parte di colui che li lavora
e li unisse insieme, la qual li viene ad essere ricoprendoli
in cotal modo” . Armenini si riferisce evidentemente
alla ripresa totale dell’abbozzo realizzato sull’intonaco
fresco con pigmenti verosimilmente stemperati nel latte di
calce più o meno diluito. Quando avviene questo ripasso
la “calcina” (intonaco) deve essere “fermissima”
. Il giusto significato di questa “calcina fermissima”
si ricava ragionando su un passo della Breve istruzione redatta
allo scadere del Seicento da Andrea Pozzo, dove ritorna, seppure
in un contesto culturale diversissimo, una descrizione più
articolata della stessa pratica di pittura. Si tratta di una
tecnica che prevede un’esecuzione senza interruzioni
che a partire dalla prima stesura sull’intonaco che
sia “in tal disposizione che difficilmente riceva l’impressione
delle dita” richiede poi un ripasso replicato più
volte “caricando” e ”impastando” i
colori . Questa tecnica, che serve per ottenere un dipinto
murale più vivace e intenso, si attesta, alla metà
del Cinquecento, con una serie di varianti ben più
complesse e interessanti della schematizzazione trasmessa
dalle fonti scritte.
Secondo Armenini alcuni pittori avevano adottato la pittura
su scialbo per superare le difficoltà tecniche legate
all’esecuzione affrescata condotta con questi “caricamenti”
successivi. Il passo del De’Veri precetti della pittura
che descrive la pittura su scialbo mira infatti a presentarla
come un espediente che sostituisce una tecnica più
ortodossa, e ne imita, per quanto possibile, l’effetto
visivo: ”Ci sono di quelli i quali si pensano di ciò
fuggire [l’assorbimento delle prime stesure da parte
dell’intonaco fresco e il conseguente spegnimento delle
tinte] col darli prima sotto una o due mani di bianco, e dicono
ancora che fa buttare più allegri i colori quando la
calcina è asciutta”. Ma il problema consiste
nel fatto che “quel bianco [che] riflessa i colori […]
è però dannevole ai scuri, e li tole molto di
unione e di forza, i quali effetti vengono ad essere molto
contrari alla intenzione de i più valenti”: insomma,
impedisce l’esecuzione delle ombre più profonde,
e risulta quindi una tecnica più adatta agli interventi
decorativi, alle grottesche, e ad altre “opere minute”
e “di poco momento” .
Per comprendere l’intento riduttivo di questo accostamento
fra la pittura su scialbo e la grottesca su scialbatura, dobbiamo
osservare che Armenini non si riferisce genericamente alla
grottesca ma alla tecnica più semplice ed economica
di questa pittura decorativa. Vasari, infatti, aveva distinto
nel cap. XXVI dell’introduzione De la pittura fra grottesche
dipinte a fresco sullo stucco e la tecnica di ripiego, quando
“Non essendo il campo di stucco, per non essere bianca
la calce [= intonaco], si dà loro per tutto sottilmente
il campo di bianco”. Questa tecnica di grottesca dipinta
su scialbo non è neppure ricordata nel successivo cap.
XVII, quando vengono classificate le “quattro maniere”
della grottesca: tutte collegate all’uso della base
in stucco, che qualifica il decoro di qualità più
elevata, rispetto alla produzione gerarchicamente più
bassa della grottesca su scialbo.
Nella pittura murale “di storia”, invece, la tecnica
di pittura su scialbo “che fa buttare più allegri
i colori”, e che sfrutta “quel bianco [che] riflessa
i colori”, è impiegata, secondo Giovanni Battista
Armenini, per ottenere un aspetto cromatico vivace e luminoso
del dipinto murale. Ma Armenini scrive negli anni ottanta
del Cinquecento, e possiede evidentemente una ricezione di
questi effetti visivi piuttosto diversa da quella di un pittore
moderno del principio degli anni trenta del Cinquecento. Perino
del Vaga, inserito nel particolare orizzonte di gusto della
maniera moderna, poteva infatti orientare la propria scelta
tecnica su attese qualitative differenti da quelle legate
al piacere per il colore “allegro”, e impiegare
invece la pittura su scialbo per ottenere, oltre al tono chiaro,
un colore più freddo, brillante, mentale, astratto.
Questo risultato, previsto da Perino del Vaga, non è
oggi immediatamente percepibile. Anche se il recente restauro
ha recuperato, soprattutto nei panneggi e nei fondi dell’area
degli Eroi della porzione E, un colore molto più aderente
alle preferenze dei giovani maestri della maniera moderna,
alcuni rifacimenti, l’ingrigimento della sostanza applicata
alla fine del vecchio restauro su tutta la superficie, e la
relativa saturazione prodotta da una resina metacrilica più
recente presente sulla porzione W , non consentono di osservare
immediatamente l’effetto finale che Perino aveva cercato
con l’impiego della pittura liquidissima stesa sulle
basi realizzate a scialbo [fig. 4 a].
Naturalmente Perino aveva previsto, proprio come avrebbe segnalato
Armenini mezzo secolo dopo, che “quel bianco [che] riflessa
i colori […] è però dannevole ai scuri,
e li tole molto di unione e di forza”. Per questa ragione
aveva scelto di coprire lo scialbo con una stesura scura nelle
parti dove doveva eseguire le ombre più intense. Nell’incarnato
dell’Eroe del lato breve E, ad esempio, diverse lacune
presenti nell’area dove è eseguita la zona più
scura dei capelli, mostrano la stratificazione fra l’intonaco
liscio, la sottilissima scialbatura usata per la preparazione
dell’intero pezzo d’intonaco corrispondente alla
testa, una stesura verde applicata come base solo sulla parte
destinata alla pittura dell’ombra, e la pellicola pittorica
[fig. 4 b].
Inoltre i dettagli neri più intensi, che rifiniscono
gli incarnati e i costumi, erano aggiunti alla fine della
pittura. Questi particolari, che a luce radente appaiono piuttosto
corposi, non venivano eseguiti a calce, in quanto il colore
bianco del legante avrebbe interferito con quello del pigmento
creando una stesura grigiastra, ma erano solitamente realizzati
con una tempera ad uovo. A volte si trattava anche di emulsioni
di olio ed uovo usate per lo più piuttosto liquide
per le stesure di particolari figurativi finali sopra la pittura
a fresco e a calce . Il nero intenso e corposo dato a larghe
pennellate pastose nell’esecuzione delle campiture dei
fondi delle lunette di Perino, usato come base omogenea per
la realizzazione dei fogliami e dei frutti [fig. 6 a], era
stato verosimilmente legato col rosso d’uovo. Quest’ultima
soluzione, riconosciuta con analisi microchimiche in diversi
dipinti del Cinquecento , continuava una tradizione tecnica
medievale: attestata non solo da parecchi manufatti, ma anche
da un passo del Libro di Cennini, dove è definita espressamente
la necessità di stendere su muro le campiture “di
nero puro temperato, ché in frescho mal si posson fare”
.
II.
Anche se nelle realizzazioni delle armature le pennellate
corpose della scialbatura non appaiono mai rotte o trascinate
dalle stesure sovrapposte [figg. 1 a, 1 b, 2], in altre zone
della superficie dipinta, dove lo scialbo è più
sottile, si osservano tracce che testimoniano inequivocabilmente
l’impiego della pittura condotta sulla scialbatura non
perfettamente carbonatata. Queste prove materiali emergono
soprattutto nella parte centrale della raffigurazione degli
eroi e a sinistra della porta di accesso alla loggia.
Si tratta di gruppi di piccolissime depressioni lasciate nella
superficie fresca da un’asticciola utilizzata come poggiamano
[figg. 3, 7]. Il poggiamano, che viene generalmente usato
per realizzare parti che richiedono un’esecuzione precisa
a punta di pennello, era stato impiegato da Perino del Vaga
per dipingere i particolari minuti degli incarnati e dei costumi
e per aggiungere le finiture tratteggiate che rifiniscono
le forme [figg. 8 a, 8 b]. La posizione stratigrafica delle
impronte del poggiamano è molto interessante: sotto
il peso del polso del pittore, la testa del poggiamano, pur
avendo una forma piuttosto acuminata , non ha graffiato alcuna
superficie; è invece affondata sia nello scialbo e
sia nell’intonaco sottostante, mentre la depressione
che ha prodotto è stata colmata dall’ultima finitura
liquida di colore e dai tratteggi. Ciò significa che
Perino non solo aveva applicato lo scialbo sull’intonaco
fresco, ma che aveva anche condotto la parte principale del
proprio lavoro sopra un intonaco e una scialbatura che non
si erano ancora carbonatati definitivamente. Al momento della
pittura degli incarnati lo scialbo era comunque già
piuttosto solido in superficie, in quanto le stesure dei colori
più liquidi non si mescolano alla scialbatura, e le
stesure colorate non muovono le tracce delle pennellate di
applicazione dello scialbo. L’esame microscopico del
campione stratigrafico proveniente dall’incarnato del
terzo Eroe della parete E che abbiamo già citato conferma
sostanzialmente questa ricostruzione.
L’esecuzione del velo scialbato sull’intonaco
fresco è testimoniata da un discreto numero di esempi
cinquecenteschi. Sono piuttosto numerosi i casi che permettono
di osservare come la formazione della crettatura di ritiro
da asciugatura dell’intonaco ha interessato anche lo
scialbo sovrapposto, e come le fessure dei cretti non sono
state colmate dalla scialbatura. Entrambi i segni testimoniano
il fatto che lo scialbo è stato applicato sull’intonaco
prima della formazione della crettatura, e che quindi l’intonaco
non era ancora essiccato al momento della sua scialbatura.
Ciò è spesso confermato dagli esami con la microfotografia
a 100 ym della sezione lucida e la scansione al SEM di queste
zone, che non mostrano quasi mai distinzioni continue e perfette
fra le interfacce dei due strati . La pittura condotta sull’intonaco
preparato con una sottile scialbatura non ancora definitivamente
carbonatata è invece spesso testimoniata dalle tracce
del poggiamano: che non scalfiscono il piano, ma affondano
nella superficie morbida formata dalla sovrapposizione fra
lo strato d’intonaco e lo scialbo .
III.
Sia nelle zone preparate con lo scialbo e sia nelle parti
dipinte direttamente sopra l’intonacatura, si osservano,
a luce radente, le tracce di una schiacciatura e di una levigatura
eseguite con la lama di una piccola cazzuola flessibile usata
di piano. Questo trattamento segue con precisione le diverse
pezzature delle giornate [fig. 9], ed è particolarmente
evidente nelle aree d’intonaco riservate agli incarnati
[fig. 10]. Le tracce di questa tecnica, che serviva per ottenere
delle basi compatte e lisce, possono essere scambiate anche
con le impronte lasciate dalla compressione dell’intonaco
stanco per richiamare l’acqua di calce contenuta al
suo interno. In quest’ultimo caso il pittore avrebbe
poi potuto lavorare con pigmenti legati col latte di calce
sul velo superficiale umido, e ottenere, così, una
stesura più vivace e brillante, simile all’effetto
realizzato dalla pittura a latte di calce “caricata”
descritta da Armenini. Occorre però notare che la presenza
di tracce di compressione a cazzuola anche sugli intonaci
preparati a scialbo porta ad escludere questa seconda ipotesi:
in quanto la tecnica del richiamo a compressione dell’acqua
di calce non si poteva applicare alle zone dove era stata
eseguita la preparazione scialbata.
Questa levigatura dell’intonaco realizzata molto accuratamente
con la lama di una piccola cazzuola flessibile usata di piano
segue perfettamente le singole pezzature delle giornate, senza
investire aree più ampie, e senza debordare su giornate
contigue. La partitura scrupolosa degli intonaci, gli stacchi
presenti nelle zone di giunzione, e l’assenza di impronte
che attraversano i bordi delle giornate accostate, possono
suggerire una lavorazione precisa e non simultanea delle singole
pezze d’intonaco. La qualità degli intonaci a
calce, contenenti come carica una sabbia fine silicatico-carbonatica,
usati da Perino del Vaga, favoriva certamente questo trattamento
.
Ma ciò che più colpisce in questi intonaci sono
i bordi molto precisi delle giornate [fig. 11], e il fatto
che sono piuttosto rare le aggiunte di dettagli figurativi
a secco che si sovrappongono all’attacco fra due giornate
[fig. 12]. Questi due dati testimoniano come in questo cantiere
avevano poco spazio le modifiche in corso d’opera, e
dimostrano che anche le più minute parti della figurazione
non erano lasciate all’improvvisazione, ma prima dell’esecuzione
della pittura erano già state definitivamente decise
dai cartoni. Un’intonacatura a giornate con i profili
di attacco perfettamente delineati lungo i contorni delle
figurazioni può infatti essere realizzata solo seguendo
una sinopia molto precisa tracciata sull’arriccio sottostante.
Una sinopia di questo tipo può essere eseguita soltanto
con un riporto preliminare del cartone sull’arricciatura,
mentre un secondo riporto del cartone avveniva sopra l’area
intonacata. Bisogna dunque ipotizzare l’esistenza di
un sistema di lavoro complesso, basato sull’uso di un
cartone-modello, dal quale venivano ricavati cartoni d’uso,
tagliati in pezzi adatti ad essere maneggiati sul ponteggio,
e destinati ad essere distrutti durante le operazioni di riporto.
Verosimilmente i riporti sull’arriccio erano eseguiti
a spolvero ripassato poi a pennello, mentre sulle singole
pezze d’intonaco esistono tracce di riporto ad incisione,
a spolvero, nelle piccole scene della volta si osservano anche
segni spuntinati incisi che sembrano testimoniare anche l’uso
di riporti a rotella di piccoli cartoni . La presenza alternata
dello spolvero e del ricalco ad incisione è invece
caratteristica delle figurazioni speculari. Queste esecuzioni
hanno probabilmente richiesto l’impiego di un unico
cartone, ricalcato prima ad incisione, e quindi bucherellato
per essere usato ribaltato nella realizzazione della figura
simmetricamente opposta. La prima lunetta W mostra chiaramente
il riporto del putto di sinistra ad incisione [fig. 9] e di
quello di destra a spolvero, secondo una tecnica documentata
in diversi cantieri coevi: come ad esempio nell’esecuzione
dei due cavalli contrapposti nel soffitto della sala del Sole
e della Luna di palazzo Te a Mantova.
Questo sistema operativo era evidentemente in contrasto con
la tradizione tecnica dei pittori murali contemporanei dell’Italia
settentrionale. Ce lo rivela anche il racconto dello scontro
fra Girolamo da Treviso e Perino del Vaga, ambientato a Genova,
proprio in palazzo Doria del Principe. Giorgio Vasari, che
attribuisce a Girolamo da Treviso una dichiarazione polemica
sulla tecnica di Perino (“che cartoni e non cartoni!
Io ho l’arte su la punta del pennello” ), descrive,
seppure sul filo dell’aneddoto, l’esistenza di
una frizione culturale che al principio degli anni trenta
del Cinquecento era certamente reale. Da una parte si poneva
il metodo di pittura “senza disegno” del maestro
padano, dall’altra si collocava il sistema basato sui
cartoni del pittore moderno educato sulle novità romane.
Lo scontro, che si era concluso col successo di Perino a Genova
e la repentina partenza di Girolamo dalla città, serviva
evidentemente a mostrare la supremazia tecnica del metodo
di lavoro dell’allievo di Raffaello, e più in
generale aveva lo scopo di affermare il principio teorico
dell’importanza dell’attività intellettuale
e progettuale del disegno nella realizzazione della pittura.
Ancor prima dell’uscita della prima edizione delle Vite
vasariane, Girolamo da Treviso era già diventato un
exemplum della tecnica veloce, se Fra Sabba da Castiglione,
nei Ricordi del 1549, lo aveva definito pittore “presto,
risoluto” . Ma nell’ottica del testo vasariano
questa “pittura senza disegno” del pittore veneto
aveva ormai perso qualsiasi legame con una particolare tradizione
culturale, e tendeva a definirsi come una tecnica anti-moderna,
o addirittura come un espediente che caratterizzava i pittori
più trascurati. Nella vita del Sodoma da Vercelli Vasari
accostava infatti il disordine morale del pittore alla sua
“infingardaggine e pigrizia” tecnica “che
non faceva né disegni né cartoni […] ma
si riduceva in sull’opera a disegnare col pennello sopra
la calcina” .
Invece la tecnica di Perino del Vaga si prestava perfettamente
all’illustrazione del tema teorico cinquecentesco del
doppio valore del cartone. Da una parte mostrava perfettamente
la concezione del cartone come “l’istessa opera,
fuorché le tinte” , e dall’altra testimoniava
lo statuto del cartone come un prodotto artistico posto a
conclusione di una lunga progettazione intellettuale . Quando
Perino, secondo il racconto di Vasari, “fece conficcar
nella volta [della sala] dove doveva andar la storia dipinta,
il suo cartone [col Naufragio di Enea], e levato in molti
luoghi le tavole del palco acciò si potesse veder di
sotto, aperse la sala. Il che sentendosi corse tutta Genova
a vederlo” , espone il cartone proprio come un dipinto
finito, e mostra di pensare alla pittura come una fedele messa
in opera, a colori, del cartone. Quando Giovanni Battista
Armenini mette a confronto i modi di disegnare di alcuni artisti
del primo Cinquecento, come Leonardo, Michelangelo, Polidoro,
Giulio Romano, usa Perino del Vaga come un esempio del disegno,
inteso come un processo tecnico di affinamento continuo guidato
dal giudizio mentale: “Ma di Perino, per quanto io dissi
aver veduto da’ suoi disegni, il modo suo era prima
che grossamente tentava il suo intento col carbone overo col
lapis nero, dipoi vi profilava sopra con penna, riducendo
il tutto a miglior forma col farvi di molti segni, et al fin
si vedeva che poi li calcava suso un’altra carta nel
medesimo modo, che si è detto de gli altri, et indi
li finiva con tanta grazia” .
Tratto da: Ricerche di Storia dell’Arte. Genesi e trasformazioni
della villa di Andrea Doria a Genova. Anno 2004, n. 82-83,
Carocci Editore, Roma.
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