| di Laura
Stagno
Il Palazzo del Principe è la dimora che Andrea Doria,
divenuto ammiraglio dell’imperatore Carlo V e signore
di fatto di Genova, volle quale traduzione in immagine della
posizione conquistata, celebrata attraverso marmi, pitture
e stucchi di qualità altissima affidati alla prestigiosa
regia di Perino del Vaga, qui attivo tra il 1529 e il 1533
. Nel palazzo, il più chiaro messaggio di glorificazione
dinastica è espresso nella decorazione della loggia
centrale, affacciata sul giardino meridionale e posta a raccordo
dei due appartamenti simmetrici in cui è diviso il
piano nobile.
I temi rappresentati rivestono un ruolo di particolare importanza
all’interno del programma iconografico, articolato e
coerente, che guida la decorazione pittorica e plastica del
nucleo originario del palazzo. Voluto dal Doria, certamente
elaborato nei dettagli anche grazie all’apporto di un
letterato di cui non conosciamo con sicurezza il nome (sono
stati “candidati” a questo ruolo l’annalista
della Repubblica Paolo Partenopeo e, fuori dall’ambito
locale, lo storico Paolo Giovio, in rapporti di provata familiarità
con Andrea ), tale programma utilizza materiali tratti dalla
storia romana e dalla mitologia per magnificare le virtù
del committente, chiamato ad un destino di personale grandezza,
e culmina nell’esaltazione delle figure di Giove e di
Nettuno – da leggersi, allegorice, in chiave di allusione
all’Imperatore e al suo Ammiraglio – nei due saloni
principali. In questo contesto, l’apparato decorativo
della loggia si differenzia iconograficamente da quello degli
altri tredici ambienti interessati dall’intervento periniano
non solo per lo spostamento del fuoco dell’attenzione
verso la dimensione genealogica, ma anche per la rinuncia
alla preziosità del velo simbolico decifrabile in toto
solo dagli “iniziati” in favore di una esplicitazione
dei termini del discorso celebrativo. Sulle pareti della loggia
– le uniche nella dimora a recare una decorazione dipinta,
poichè l’ambiente aperto verso l’esterno
non si prestava ad essere ornato con le splendide serie di
arazzi e con i tessuto auroserici che paravano i muri di tutte
le sale del palazzo – sono raffigurate dodici figure
di guerrieri, in vesti di antichi Romani ma ben riconoscibili
come membri della casa Doria per gli scudi recanti lo stemma
di famiglia, sovrastati dall’iscrizione PRAECLARAE FAMILIAE
MAGNI VIRI MAXIMI DUCES OPTIMA FECERE PRO PATRIA . le allegorie
della Fama sopra le quattro porte minori, sulla parete di
fondo, recano vessilli in cui si legge BENE MERENTIBUS. Le
cinque volticelle che coprono la loggia recano, in ottagoni
circondati da stucchi finissimi, la rappresentazione di exempla
classici di patriottismo romano, episodi assai noti di sacrificio
di sè per amore di patria: Orazio Coclite sul ponte
Sublicio, Tito Manlio Torquato che si vota agli dei, Marco
Curzio che si getta nella voragine, Furio Camillo di fronte
a Brenno, Muzio Scevola e Porsenna. Il sistema plutarcheo
del parallelo tra biografie antiche e moderne è il
modello di riferimento. Più specificamente, viene qui
reso esplicito il meccanismo della synkrisis, ovvero comparazione
del soggetto di cui si vuole trattare con celebri eroi dell’antichità,
componente fondamentale del genere retorico dell’encomio,
di cui questo apparato decorativo, come numerosi altri, costituisce
per molti versi un equivalente visivo . L’inserzione
delle scritte, che appaiono solo in questa sede all’interno
del ciclo commissionato dal Doria, conferma la volontà
di guidare lo spettatore ad una lettura univoca della decorazione:
come gli eroi romani, così i magni viri del casato,
antenati del committente – tra i quali si annoverano
importanti protagonisti della storia medievale genovese, quali
Oberto, trionfatore sui Pisani alla Battaglia della Meloria
(1284), e Lamba, vincitore dei Veneziani a Curzola (1298)
- sono benemeriti salvatori della patria . Per Andrea, cadetto
di un ramo povero e “periferico” della grande
famiglia (era nato nel 1466 ad Oneglia, da Ceva e Caracosa
Doria di Dolceacqua, ed era rimasto ben presto orfano e privo
della sua porzione di patrimonio feudale), giunto al vertice
di una spettacolare carriera, questa esibizione di una teoria
di avi bene merentes era parte significativa della celebrazione
del proprio trionfo, a dimostrazione del possesso di entrambi
gli elementi costitutivi della “nobiltà”
: la virtù personale, cui rinviano attraverso il linguaggio
della classicità molti episodi rappresentati in altri
ambienti del palazzo, e la stirpe illustre qui raffigurata.
Nel contesto genovese, particolarmente ricco di cicli a carattere
storico-dinastico, la serie degli eroi Doria segna il primo
distacco dalla abituale collocazione di queste tematiche sullo
spazio pubblico delle facciate, inaugurando , sia pure in
forma mediata (le grandi figure , inquadrate dagli archi aperti
della loggia, sono comunque ben leggibili anche dall’esterno),
l’uso di trasferire internamente alle dimore l’esaltazione
pittorica delle glorie del casato .
Le soluzioni adottate in questo ambiente da Perino del Vaga
costituiscono fondamentali testi di riferimento per la cultura
genovese cinquecentesca, nella quale l’artista importa
novità di matrice raffaellesca e michelangiolesca.
Sono stati citati, come modelli per gli avi di Andrea (per
i quali esiste anche una cospicua produzione grafica di preparazione),
vari prototipi iconografici e stilistici, tra cui le statue
dei Duchi nella Cappella Medici, a Firenze. La decorazione
delle volticelle, lavorata a stucco superbamente , è
ispirata in larga parte agli esempi della Domus Aurea, sui
quali l’artista si era esercitato – ...sotto terra
a le grotte per la novità delle grottesche, imparò
i modi del lavorare di stucco - perfezionando l’arte
nel cantiere delle Logge Vaticane con Giovanni da Udine. Le
fonti sette e ottocentesche indicano, nell’apparato
decorativo della Loggia degli Eroi, l’intervento di
collaborazione di Silvio Cosini o di Luzio Romano (quest’ultimo
ritenuto più probabile dalla critica moderna) sui disegni
di Perino, ma la libertà e la qualità dell’ornamento
plastico hanno indotto ad ipotizzare una esecuzione in prima
persona, da parte del maestro, di parte almeno degli stucchi
, ipotesi suffragata anche dai risultati del restauro appena
concluso.
Da questo intervento (vedi box), che ha restituito leggibilità
al complesso decorativo, sono emerse novità interessanti
per quanto concerne le storia materiale del manufatto e la
tecnica utilizzata dal Buonaccorsi.
Collocata in una loggia aperta in prossimità del mare
– quindi in una posizione favorevole ai processi di
degrado per la salsedine dell’aria - la decorazione
periniana ha subito nel corso dei secoli anche una serie di
specifici “attacchi”, di matrice diversa. Se tra
la fine del Cinquecento e il primo Ottocento era invalso l’uso
di graffire la propria firma e la data sul registro inferiore
delle pitture parietali (da parte di curiosi ...che in questo
modo senza avvedersene... scrivevano la loro onta, la loro
ignoranza ; probabilmente, per quanto riguarda le testimonianze
più antiche, soprattutto ad opera della guardia tedesca
dei principi, come sembrano provare i numerosi nomi germanici
che ivi si leggono), nell’aprile del 1849 – quando
nel corso degli scontri legati ai moti insurrezionali l’ambiente
fu anche cannoneggiato, con distruzione di alcuni elementi
lapidei – numerosi colpi di fucile causarono perdite
di intonaco, mentre colla punta delle baionette venivano incisi,
in segno di dispregio, sistematici solchi sui volti degli
Eroi . Nel corso dell’ultimo conflitto (1944), i pesanti
bombardamenti subiti dal palazzo provocarono squarci nelle
coperture e infiltrazioni massicce di acque piovane, con la
conseguente caduta di parte della pellicola pittorica (i riquadri
dell’ultima campata ad est risultavano già deteriorati,
a causa del calore di una stufa posta sopra di essi, alla
metà dell’Ottocento ).
Alcuni interventi di ripristino “storici”, inoltre,
avevano significativamente contribuito a modificare l’aspetto
generale dell’apparato decorativo: particolare importanza
ebbe, in questo senso, l’opera del perugino Annibale
Angelini, incaricato nel 1844 dal principe Filippo Andrea
V di porre riparo in tutta la dimora ai danni sofferti dalla
decorazione periniana per l’incuria dei Custodi più
che per le ingiurie del tempo . Il restauratore, già
attivo a Roma nelle Logge Vaticane, muoveva dall’eccellente
principio di difendere le pitture addottando la massima, di
fare il men possibile, e volle documentare i procedimenti
utilizzati in una relazione data alle stampe nel 1847 . Si
è però potuto constatare che le notizie fornite
dalle fonti scritte a proposito di questo e di precedenti
interventi non sempre corrispondono alla realtà messa
in luce dalle recenti operazioni di restauro. Così
, a proposito dei grandi Eroi raffigurati sulle pareti, l’Angelini
pare drammatizzare lo stato di cattiva conservazione in cui
versavano: di antico non v’era che le sole teste e le
braccia, tutto il rimanente in basso, meno pochissimi pezzi...
era quasi perduto..; cosicchè in pochi punti soltanto
potei rinvenire la traccia del contorno . In realtà,
sotto le ridipinture angeliniane è stato possibile
rinvenire immediatamente (eccetto che in alcune zone limitate,
localizzate nei pressi degli stipiti delle porte) la stesura
periniana, in discreto stato di conservazione e ricca di particolari
di grande raffinatezza . Più complesso il discorso
per quanto concerne il problema dei “panni di decenza”.
Documenti d’archivio citano, con riferimento generico
all’intero ciclo decorativo della dimora, l’opera
di Domenico Piola, pagato il 31 agosto 1681 per haver coperto
l’immodestie delle tappezzarie ...e per haver pure coperto
nel nostro palazzo altre figure ; mentre il Ratti menziona
con maggiore precisione un intervento di Domenico Parodi ,
che avrebbe rivestito le figure non abbastanza modeste poste
sopra le porte dei lati est e ovest della loggia. Si era ritenuto,
di conseguenza, che i panneggi delle Allegorie della Fama
e delle due donne raffigurate l’una di fronte all’altra
nella lunetta della parete orientale fossero stati aggiunti
in occasione di uno di questi interventi ; l’Angelini,
peraltro, scrive nella propria relazione che la parte inferiore
della figura giacente ravvolta in panno giallo, tutti i panni
delle altre sopra le piccole porte – così come
altre parti della decorazione – sono opera nuova in
cui mi sono ingegnato di rintracciare a stento l’antico
pensiero , rivendicando a sé un quasi completo rifacimento
che comunque segue qualche traccia di un presunto originale.
Si è invece verificato, in opposizione a quanto sin
qui suggerito, che sotto una velatura di colore ottocentesca
la materia dei drappi risulta abbastanza ben conservata e
del tutto coerente con quella cinquecentesca; i panneggi appartengono
pertanto alla fase periniana della decorazione. Sono invece
coperte da posteriori “panni di decenza” di buona
fattura, ben distinguibili perchè eseguiti con una
malta più chiara rispetto a quella usata nel cantiere
doriesco, le nudità delle figure a stucco, sia maschili
che femminili, della volticella centrale della loggia .
In termini generali, l’Angelini intervenne soprattutto
sulle cornici a grottesche che separano i riquadri delle volticelle
e sui fondi dei riquadri a stucco, utilizzando cromie e motivi
decorativi in parte arbitrari, nonché sulla decorazione
plastica, che coprì di una uniforme tempera -presumibilmente
proteica - di colore grigio tendente al verde, con alcuni
particolari dorati a “bronzina”. Nel 1953-54 fu
condotto un intervento, documentato solo fotograficamente,
che attraverso sommarie tecniche di abrasione meccanica asportò
dalle cornici la decorazione angeliniana (ed insieme ad essa,
probabilmente, buona parte delle grottesche originarie, che
dovevano essere ancora presenti sotto ad essa in stato frammentario),
lasciando integri solo alcuni ridotti campioni a titolo di
esempio; fu però conservata l’“impronta”
cromatica voluta dal restauratore ottocentesco, seppure ormai
priva di figurazione. Nel 1982, in occasione delle Celebrazioni
Raffaellesche in Liguria, fu intrapreso il recupero della
prima campata della Loggia, ad opera di Pinin Brambilla Brancilon
, che comportò tra l’altro la parziale eliminazione
dei resti delle ridipinture ottocentesche: intervento ormai
storicizzato e pienamente rispettato dall’attuale restauro,
condotto sulle altre quattro campate.
Attraverso una approfondita campagna di studio propedeutica
all’intervento di recupero, condotta nei primi mesi
del 2001, è stato possibile reperire sotto i resti
del colore di Angelini frammenti significativi della cromia
periniana (purtroppo privi di elementi figurativi), che avevano
pervicacemente resistito all’azione della carta abrasiva:
rispettando, a fini di documentazione, i “campioni”
ottocenteschi risparmiati dall’intervento dei primi
anni Cinquanta, si è potuto per il resto recuperare
il piano cromatico generale cinquecentesco, in buona parte
centrato sul contrasto oro/nero e bianco/oro. Infatti le quattro
squisite divinità a stucco della campata centrale (Diana
Efesia, Apollo, Diana, Nettuno), come pure le decorazioni
a grottesca delle due volticelle alle estremità, erano
completamente dorate a foglia e dovevano stagliarsi vivamente
sul fondo nero. Le due volte intermedie presentavano invece
stucchi bianchi, finiti con una “pelle” molto
lucida solo a tratti conservata, su fondi dorati caratterizzati
dal finto mosaico di tessere rettangolari, contornate da sottili
segni bruni tracciati a pennello sulla foglia aurea, tipico
della tradizione raffaellesca. L’analisi ravvicinata
delle superfici e le indagini chimiche hanno consentito di
acquisire nuove informazione sulle tecniche utilizzate da
Perino e dai suoi collaboratori. La decorazione pittorica
della loggia – come, del resto, quella degli altri ambienti
del palazzo – è sempre stata definita con il
termine “affresco”, ma è in realtà
eseguita con procedimenti diversi. In base agli studi di Vincenzo
Gheroldi, che ha messo in luce le caratteristiche della pittura
su scialbo cinquecentesca ed ha indirizzato su questo tema
l’attenzione del gruppo di lavoro attivo in Palazzo
del Principe, è stato possibile ricondurre a questa
particolare tecnica, almeno per parte della loro estensione,
l’esecuzione dei dipinti murali in oggetto. E’
riconoscibile, soprattutto nelle rappresentazioni degli Eroi
sulle pareti, l’andamento delle pennellate dello scialbo
di calce, cui si sovrappone la stesura dei colori chiari e
vivaci (scopo della pittura su scialbo, secondo l’Armenini,
era appunto di far buttare più allegri i colori ),
applicati con pennellate ora corpose e rilevate, ora liquidissime,
trasparenti e ricche di minuti tratteggi. I contorni delle
figure sono segnati dalle linee delle incisioni di riporto
dei cartoni (riscontrabili pure in alcuni ottagoni delle volticelle,
su cui sopravvivono anche tracce di spolvero). La decorazione
a stucco risulta eseguita in massima parte a mano libera (si
vedano, ad esempio, le splendide ghirlande di foglie e fiori
che suddividono i riquadri); l’utilizzo di stampi è
limitato alle cornici ad ovuli e a motivi fortemente stilizzati.
Ben visibili sono i segni dei vari strumenti utilizzati nella
lavorazione, che risulta estremamente libera ed efficace,
ma con disparità di modalità esecutive che concorrono
a testimoniare la presenza di mani diverse. Se le divinità
della volticella centrale e molte grottesche delle campate
di ponente mostrano, nella raffinata scioltezza dei tratti,
il tocco del maestro, nelle due volticelle di levante prevale
una decorazione più semplificata, contraddistinta da
una minore ricchezza di dettagli e dalla presenza di figure
meno “mosse” e vibranti.
L’intervento sull’apparato decorativo della Loggia
degli Eroi costituisce un tassello importante del progetto
di recupero dell’intero ciclo periniano. Avviatosi con
il ripristino della decorazione della Sala delle Metamorfosi
(1997-1998) e la riscoperta delle pitture sulla volta dello
scalone (1999-2000), il progetto – parte del più
generale piano di valorizzazione del complesso monumentale
del Palazzo del Principe – prevede come prossima tappa
il restauro delle lunette a stucco del Salone del Naufragio.
Il restauro dell’apparato decorativo pittorico e plastico
della Loggia degli Eroi è stato eseguito da Maura Checconi
e dalle sue collaboratrici (Paola Mignogna, Daniela Trabucco)
, su commissione della famiglia Doria Pamphilj, proprietaria
del palazzo, con la direzione dei funzionari della Soprintendenza
per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria
(arch. Giorgio Rossini, arch. Gianni Bozzo) e della Soprintendenza
per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico
della stessa regione (dott.ssa Marzia Gallo). I lavori , iniziati
nel marzo 2001, si sono conclusi nell’agosto 2002; molto
tempo è stato dedicato ad operazioni di consolidamento
della decorazione plastica e degli intonaci, compromessi da
infiltrazioni di umidità; l’intervento di pulitura
ha dovuto affrontare numerose problematiche poste dalla particolare
tecnica esecutiva delle pitture murali. I risultati della
ricerca ed analisi dei frammenti di policromia e doratura
utili alla riproposizione del piano cromatico originariamente
voluto da Perino, oscurato dai precedenti interventi di “restauro”,
una volta interpretati alla luce delle indagini chimiche sono
stati trasposti su mappe grafiche, rielaborate poi a computer.
La ricostruzione “virtuale” così ottenuta
ha permesso di valutare il risultato generale prima di mettere
in atto il recupero; quest’ultimo ha compreso una stuccatura
di tipo conservativo ed una integrazione pittorica ad acquarello
sottotono, con le restituzione delle dorature perdute tramite
velature di ocra.
Perino del Vaga (Firenze 28 giugno 1501-Roma 19 ottobre 1547)
Pietro Buonaccorsi, detto Perino o Perin del Vaga, fu allievo
di Ridolfo Ghirlandaio. Trasferitosi a Roma al seguito di
un pittore chiamato Vaga, da cui gli derivò il soprannome,
Perino fu accolto nella bottega di Raffaello e lavorò
con Giovanni da Udine alla decorazione delle Logge Vaticane
(1518-1519). Dopo la morte di Raffaello prese parte, di nuovo
insieme a Giovanni, al cantiere della Sala dei Pontefici.
Il Buonaccorsi ricevette anche importanti commissioni individuali,
quali la decorazione del palazzo di Melchiorre Baldassini
e, in seguito, la decorazione della cappella Pucci in Trinità
dei Monti. Dopo un breve soggiorno a Firenze, durante il quale
ebbe contatti con il Rosso, egli tornò a Roma, partecipando
al raffinato clima artistico del periodo “clementino”,
bruscamente interrotto dal Sacco di Roma nel maggio del 1527.
Per il tramite di Nicolò Veneziano, Perino ricevette
da Andrea Doria l’invito a recarsi a Genova, dove rimase
dal 1528 al 1537. Tra i primi incarichi ricevuti dal Doria
si annovera la preparazione degli archi effimeri per l’entrata
trionfale di Carlo V a Genova, nel 1529; quindi Perino si
occupò del Palazzo del Principe, forse intervenendo
nella progettazione architettonica, certamente occupandosi,
quale artista di corte, della decorazione e dell’arredo
dell’intera dimora. Oltre ad eseguire, insieme ai collaboratori
(Luca Penni, Prospero Fontana, forse Domenico Zaga tra i pittori;
Silvio Cosini, Giovanni da Fiesole, Luzio Romano tra gli scultori
e i plasticatori), il ciclo di pitture murali e stucchi ancora
conservato, Perino disegnò un gran numero di arazzi,
oggi dispersi in sedi diverse o perduti. Nel 1533, quando
l’imperatore fu ospite per dodici giorni nel palazzo,
la grande impresa decorativa doveva essere sostanzialmente
terminata. Negli ultimi anni del soggiorno genovese, interrotto
da alcuni viaggi a Pisa, il Buonaccorsi produsse opere di
soggetto religioso, per committenti diversi (Pala Basadonne,
già nella chiesa della Consolazione a Genova, ora a
Washington; Polittico di San Michele, Celle Ligure; Polittico
di Sant’Erasmo, ora presso il Museo dell’Accademia
Ligustica di Belle Arti). Tornato a Roma entro la fine del
1537, Perino ricevette importanti commissioni dal pontefice
Paolo III; dal giugno del 1545 sino alla morte, l’artista
diresse la decorazione dell’appartamento del papa in
Castel Sant’Angelo.
(tratto da: “Art & Dossier”,
n. 184, dicembre 2002, copyright Giunti S.p.A., Firenze-Milano) |