| di Laura
Stagno
Il ciclo pittorico e plastico del Palazzo del Principe -
felice occasione per Perino del Vaga di impegnarsi in opere
grosse : la decorazione totale di una grande dimora - orna
quattordici ambienti (tutti gli spazi nobili del nucleo originario
dell’edificio), per i quali è arduo individuare
una sequenza di esecuzione. Unico punto fermo è, sull’autorità
del Vasari, l’esordio dell’artista nella virtuosistica
- ma fragile – decorazione ad olio della volta del Salone
del Naufragio, la cui scena tratta dall’Eneide fu la
prima storia et il primo principio che Perino cominciasse
per il prencipe , causando con l’esibizione del cartone
relativo la stupita ammirazione di tutta Genova e , secondo
il biografo fiorentino, la fuga di Gerolamo da Treviso spaventato
dal genio del concorrente . Per il resto, il Vasari, pur bene
informato sui caratteri dell’intervento periniano, non
dà indicazioni sull’ordine di realizzazione:
m’ingegnerò di descrivere [il palazzo] lasciando
stare dove cominciò prima Perino a lavorar . Studi
recenti di Elena Parma hanno sottolineato da un lato la collocazione
nel 1529 della fase progettuale di alcuni ambienti dell’ala
est del palazzo (la Sala di Psiche e, con minore grado di
certezza, quella di Fetonte), alla quale appartiene anche
il Salone del Naufragio; dall’altro la probabile contemporaneità
di ideazione dell’intero ciclo decorativo – documentata
dalla compresenza sugli stessi fogli di schizzi e progetti
riferibili a stanze di entrambi gli appartamenti in cui si
divide il piano nobile – portato a termine con celere
impegno al fine di preparare le sale in vista dell’
hospitaggio dell’imperatore Carlo V, la cui visita,
attesa nell’estate del 1532 , si svolse poi con eccezionale
fasto nell’agosto dell’anno successivo . In quel
momento l’apparato decorativo - eseguito avvalendosi
di aiuti, tra cui le fonti ricordano Silvio Cosini , Luzio
Romano e Luca Penni, nonché Prospero Fontana –
doveva essere sostanzialmente concluso: annalisti locali e
inviati di altri stati, accorsi a rendere omaggio all’imperatore,
ne cantano le lodi .
Questo ampio ciclo, connotato da una forte unitarietà
di intenzione e di esecuzione, presenta oggi al proprio interno
significative differenze nel grado di conservazione delle
pitture e degli stucchi, in ragione della varietà di
eventi che hanno interessato i singoli ambienti dell’edificio.
Nell’ultimo decennio è stata condotta una sistematica
campagna di recupero dell’intero complesso monumentale,
dei suoi apparati decorativi e dei suoi arredi, per volontà
dei proprietari - i principi Doria Pamphilj - che dal 1995
hanno aperto al pubblico il palazzo come museo-dimora . All’interno
di tale impegnativo percorso di restauro e ricerca, che ha
dato notevoli risultati e di cui si prevede la prosecuzione
nei prossimi anni, sono stati oggetto di interventi di recupero
le decorazioni periniane di tre ambienti, selezionati secondo
criteri di urgenza dei lavori e di rilevanza qualitativa dell’apparato
pittorico e plastico: la Sala delle Metamorfosi, lo scalone
d’onore e la Loggia degli Eroi. Da queste operazioni,
che hanno restituito leggibilità alle superfici ed
in un caso hanno portato alla riscoperta di una stesura originale
concordemente ritenuta perduta, è derivato un corpus
consistente di nuove informazioni a proposito della tecnica
esecutiva utilizzata dal maestro e delle vicende che variamente
incisero sulla conservazione di stucchi e dipinti nei quasi
cinque secoli trascorsi dal momento della loro realizzazione.
La Sala delle Metamorfosi, parte dell’appartamento est
approntato per Peretta Usodimare del Carretto, sposa di Andrea
Doria, è caratterizzata da una complessa volta ad ombrello,
analoga a quella della contigua Sala di Psiche (quest’ultima
gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1944), nella
quale trovano posto figure di Arti nei pennacchi e grottesche
nei romboidi, mentre episodi tratti dalla favola ovidiana
di Aracne (Metamorfosi VI, 5-145) ed Amori di Giove (secondo
il mito istoriati dalla giovane nella tela tessuta in gara
con Minerva), sono illustrati nelle lunette. Proprio il pericolo
di un parziale cedimento della volta, attraversata da un’importante
lesione, ha indotto ad avviare, nel settembre del 1997, i
lavori di ripristino. Si è innanzitutto provveduto
a risolvere i problemi statici della struttura, “ancorandola”
con tiranti metallici ad elementi portanti soprastanti (ottobre
1997- settembre 1998) previo consolidamento degli intonaci
ad evitare distacchi durante le operazioni, quindi si è
intervenuti sulla decorazione pittorica (1998-1999). Si è
formato in quell’occasione il gruppo di lavoro che ha
poi continuato ad operare nelle successive occasioni: il restauro,
commissionato dalla famiglia Doria Pamphilj, è stato
eseguito da Maura Checconi e dalla sua équipe , con
la collaborazione di Pietro Moncagatto per la parte architettonica
e di chi scrive per l’indagine storico-artistica, e
si è svolto con la supervisione scientifica di Giorgio
Rossini per la Soprintendenza ai Beni Architettonici ed al
Paesaggio della Liguria e di Marzia Cataldi Gallo per la Soprintendenza
al Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico della
medesima regione . Nel rimandare alle schede pubblicate in
questa sede dalla restauratrice [pp...] per un’analisi
tecnica di questo e degli altri interventi effettuati, desidero
sottolineare come la decorazione della volta - che va attribuita
a Perino per l’ideazione e in parte rilevante agli aiuti,
forse soprattutto a Luca Penni, per l’esecuzione - risulti
realizzata non ad affresco, come parrebbe implicitamente suggerire
la pagina vasariana e come si è sempre genericamente
indicato per tutto il ciclo in opposizione al caso particolare
del Naufragio, ma con una tecnica a secco che prevede, per
la maggior parte della superficie, la presenza di due strati
pittorici sovrapposti: una prima stesura con pigmento e legante
proteico, probabilmente utilizzata con una funzione preparatoria,
ed una seconda caratterizzata da pigmento e legante oleoso
. La varietà di soluzioni tecniche adottate da Perino
del Vaga e dai suoi collaboratori costituisce, come si vedrà
di seguito, elemento comune alle decorazioni di tutti gli
ambienti sinora restaurati, mettendo in luce la versatilità
del maestro, peraltro in linea con l’estrema disponibilità
a combinare procedimenti diversi – anche all’interno
della stessa sala - mostrata nello stesso torno d’anni,
ad esempio, da Giulio Romano nel cantiere del Palazzo Te di
Mantova .
La volta dello scalone presentava, all’apparenza, una
situazione e problematiche diverse da quelle proprie della
Sala delle Metamorfosi. La stesura pittorica visibile, molto
deteriorata, era interamente ottocentesca, opera del pittore,
scenografo e restauratore perugino Annibale Angelini che,
entrato almeno dal 1838 al servizio di Filippo Andrea V Doria
a Roma e forte dell’esperienza acquisita tramite la
partecipazione al restauro delle Terze Logge vaticane (1840-1842)
, ricevette dal principe Doria dapprima il compito di esaminare
le pitture e gli stucchi del suo palazzo genovese, preparando
una relazione sul loro stato di conservazione, quindi, a seguito
dei risultati del sopralluogo, l’incarico di procedere
ad una restauro generale del ciclo periniano (1844-45) . L’Angelini
dichiarava, nella descrizione del proprio intervento data
alle stampe nel 1847 , di essere stato guidato dalla massima
di fare il men possibile, cosa la più difficile a rinvenirsi
generalmente nei restauratori, e dall’intento di ammirare
bensì, ma non toccare quanto per avventura rimaneva
ancora di quelle celebrate pitture. Ma il caso della scala
faceva eccezione, per le condizioni particolari in cui essa
si trovava, e l’Angelini la decorò ex novo: Questa
scala è stata da me ridipinta intieramente unendomi
allo stile, e alla ricchezza del vestibolo, e della loggia,
che appena ascesa si trova: e non è già antica
siccome per equivoco a me lusinghiero assai, l’ha supposta
il Compilatore della parte Artistica nella nuova guida di
Genova, e del Genovesato pubblicata nell’Ottava riunione
degli Scienziati Italiani l’anno 1846 . La decorazione
angeliniana, condotta col proposito di non “stonare”
all’interno dell’apparato cinquecentesco, comprendeva
minute grottesche, elementi fitomorfi (spesso eseguiti con
l’uso di mascherine ripetitive) e, al centro della rampa
inferiore, lo stemma della famiglia proprietaria, in grande
dimensione; il tutto inquadrato da cornici di gesso realizzate
a stampo. A giustificazione della propria libertà d’intervento,
il maestro perugino citava la scomparsa dell’originale,
a causa di un precedente radicale ripristino: mi faccio a
credere...che questa scala più d’ogni altro luogo
mal ridotta, fosse ricostrutta appunto nell’anno 1805
allorquando si fecero molte riparazioni nell’intero
Palazzo, avendola trovata affatto nuova e con una sola riquadratura
decorata. L’accenno alle riparazioni del 1805 allude
agli acconci e ristori necessarissimi compiuti in quell’anno,
su ordine del Presidente del Magistrato dell’Interno
e del Ministro di Francia, per preparare la dimora ad accogliere
Napoleone , e tradottisi – per quanto riguarda la volta
dello scalone – nella esecuzione di una decorazione
geometrica assai semplice, basata su riquadrature e cornici
dipinte, nei colori del rosa e del grigio violaceo.
La scelta di dare inizio al restauro (marzo 1999) fu determinata
dalla condizione di gravissimo degrado in cui versava la decorazione
angeliniana, eseguita a tempera grassa, che presentava ampie
cadute della pellicola pittorica (da cui traspariva la sottostante
stesura del 1805), sollevamenti del colore ed una generale
alterazione cromatica della superficie. Al momento di cominciare
i lavori, l’ipotesi di partenza, sulla base dei dati
disponibili, recepiti in modo unanime dalla critica moderna,
era che l’originale periniano fosse perduto; ma risultò
evidente che, sotto il duplice strato di ridipinture ottocentesche,
l’originale sopravviveva nelle volte della prima rampa
e del pianerottolo, anche se assai compromesso nella cromia
e danneggiato dall’inserimento delle cornici a stucco
ottocentesche . Si giunse quindi alla decisione, maturata
concordemente dalla Proprietà, dalle Soprintendenze
competenti e dalla restauratrice, di recuperare la stesura
periniana, con un delicato intervento concluso nel dicembre
del 1999 . La superficie cinquecentesca portata alla luce
dall’intervento è caratterizzata da un intonaco
a “marmorino” particolarmente lucido, composto
da calce e polvere di marmo finissima, spesso circa un centimetro,
con una finitura proteica costituita forse da albume d’uovo
: una “pagina” chiara e brillante su cui si dispiega
l’apparato decorativo, caratterizzato, nella volta della
prima rampa, da un motivo ad ombrello centrale analogo a quello
presente nella Sala delle Metmorfosi e nella Sala di Psiche
, da sottili tramature circolari di fronde verdi e da riquadri
rossi, su cui sono state rilevate tracce di doratura. All’interno
di questa intelaiatura geometrica e nella volticella a crociera
del pianerottolo si sviluppa il più bello e ricco ornamento
di grotteschine all’antica, con varie storie e figurine
piccole, maschere, putti, animali et altre fantasie, secondo
l’esatta descrizione del Vasari che allo scalone dedica
specifica attenzione, soggiungendo che tali decorazioni sono
fatte con quella invenzione e giudizio che solevano essere
le cose sue [di Perino], che in questo genere veramente si
possono chiamare divine . Queste minute scenette e figure,
indebitate ai modelli della Domus Aurea, sono particolarmente
vicine a quelle rappresentate nelle quattro camere dell’appartamento
di Andrea Doria, nell’ala ovest del piano nobile. La
tipologia generale dell’ornamento – una decorazione
a grottesche su fondo bianco – è una puntuale
ripresa della soluzione adottata per la prima volta nella
Loggetta del Cardinal Bibbiena nel 1517 da Giovanni da Udine
e dai suoi collaboratori – tra cui lo stesso Perino
- e riproposta dal maestro fiorentino, forse con la collaborazione
dell’udinese, in una sala a pianterreno del Palazzo
Baldassini: ulteriore testimonianza della continuità
tra l’esperienza romana del decennio 1515-1525 e le
scelte formali evidenti nel ciclo del Palazzo del Principe,
messa in luce da Elena Parma in uno studio sui rapporti tra
Giovanni da Udine e Perino del Vaga .
Le varie figurette, già alquanto svenute nel Settecento
(donde l’avvertita necessità, nel 1805, di ricoprire
interamente le volte con un nuovo manto pittorico), hanno
perduto larga parte della cromia, che – pur in un quadro
tecnico che presenta variazioni da colore a colore –
appare legata all’uso di una tempera grassa e comprende
pigmenti noti come incompatibili con la tecnica dell’affresco
; mentre il disegno preparatorio, che proprio per le vicissitudini
del dipinto è largamente visibile, è eseguito
nelle parti figurative a mano libera con uno strumento rigido,
punta o matita, prevalentemente a sanguigna (così come
nella Sala delle Metamorfosi), e risulta ben fissato all’intonaco,
forse ancora fresco o in fase di asciugatura quando esso venne
eseguito. Il recupero, seppure parziale, di questa decorazione
ha restituito una tessera significativa al “mosaico”
periniano del Palazzo del Principe, che di questa parte lamentava
la perdita completa. Con l’occasione è stato
restaurato anche il rilievo in pietra di Promontorio a capo
della scala, sovrastante l’apertura che immette nella
loggia, pure esso riconducibile nell’invenzione a Perino:
una rappresentazione di Nettuno sul cocchio marino, assai
vicina alle analoghe raffigurazioni nelle lunette a stucco
dei Saloni del Naufragio e dei Giganti, che costituisce –
per la posizione privilegiata di “introduzione”
al piano nobile – una rilevante testimonianza dell’importanza
data all’immagine del dio del mare, cui veniva allegoricamente
associata, in funzione celebrativa, la figura dell’Ammiraglio
committente del palazzo .
Il restauro dell’apparato decorativo della Loggia degli
Eroi, affrontato tra il marzo 2001 e l’Agosto 2002,
è stato indubbiamente il più impegnativo fra
gli interventi “periniani” sinora condotti a termine,
per l’importanza e la qualità dell’ornamento
pittorico e plastico, ma anche per le traversie storiche e
le vicende che hanno interessato nei secoli questo spazio,
creando una situazione complessa sulla quale operare.
La loggia - le cui cinque arcate, dal XVIII secolo chiuse
da cristalli, erano in origine aperte sul giardino sottostante,
a sua volta affacciato sul mare – è l’unico
ambiente in cui la decorazione periniana si estenda anche
alle pareti, sostituendo i preziosi parati intessuti di fili
d’oro ed i magnifici arazzi che rivestivano i muri di
tutte le altre sale , a dimostrazione della ricchezza del
proprietario, ma che qui sarebbero rapidamente deperiti. L’intero
complesso decorativo concorre a trasmettere, con strumenti
di grande raffinatezza formale, un messaggio di esplicita
esaltazione dinastica: gli antenati di Andrea Doria –
gli Eroi ritratti sulle pareti, da cui la Loggia trae il nome,
ovvero i magni viri praeclarae familiae, secondo la definizione
suggerita dall’iscrizione che corre sopra la teoria
di effigi – sono posti in plutarcheo parallelo con i
più nobili e virtuosi guerrieri dell’antica Roma
- da Orazio Coclite a Muzio Scevola – raffigurati negli
ottagoni al centro delle volte nel momento in cui sacrificano
la vita per salvare la patria. Le figure degli Eroi, connotate
in massima parte da armature “all’antica”,
sono ispirate ad aulici ed aggiornati modelli, tra cui le
statue michelangiolesche dei Duchi nelle Cappelle Medicee
. Nelle volticelle l’esuberanza degli stucchi in calce
e povere di marmo, ispirati nella tipologia agli esempi romani
delle Logge Vaticane e di Villa Madama , è protagonista
dell’insieme decorativo in misura superiore a quanto
accada nelle sale. Gli eleganti e complicati motivi plastici
mostrano l’abilità acquisita da Perino, che a
Roma sotto la terra a le grotte per la novità delle
grottesche, imparò i modi del lavorare di stucco ,
e per la loro qualità possono, almeno in parte, essere
riferiti al maestro non solo per l’ideazione, ma anche
per la realizzazione (i modi dell’esecuzione appaiono
più raffinati nella campata centrale e in quelle occidentali,
più semplice e “compendiari”, forse appunto
per l’intervento di aiuti, nelle due volticelle ad est).
L’intero apparato decorativo si presentava però
fortemente alterato nei valori cromatici (ad eccezione della
prima campata, restaurata nel 1983 ), ed ormai poco leggibile
soprattutto nelle ultime due campate, adiacenti all’appartamento
est, in ragione delle ridipinture e dei danni subiti.
Tra i vari interventi di ripristino che si sono succeduti
nei secoli, un caso particolare è senz’altro
quello dell’addizione di “panni di decenza”
per coprire le immodestie delle figure periniane. E’
documentata nel palazzo, in questo senso, l’attività
di Domenico Piola (1681) e di Domenico Parodi , quest’ultimo
operante specificamente all’interno della Loggia degli
Eroi: rivestì infatti le figure non abbastanza modeste
nelle lunette dei lati brevi dell’ambiente. Mentre di
tali interventi pittorici – fatti a mal senno, come
scrive l’Angelini , che probabilmente provvide ad eliminarne
la massima parte – non si è trovata traccia nella
loggia, un corposo esempio di ristauro di questo tipo si conserva
nelle principali figure a stucco delle volticelle. Nella campata
centrale, ad esempio, l’immagine di Diana è in
gran parte coperta di un panneggio aggiunto posteriormente
– da una mano senz’altro abile, in cui si è
tentati di vedere lo stesso Parodi impegnato a rendere decenti
le figure dipinte – che si distingue per l’uso
di una malta più chiara di quella utilizzata nel cantiere
periniano . Di fondamentale importanza fu, anche per questo
ambiente, l’intervento dell’Angelini. Nella sua
Visita artistica, il restauratore perugino presenta al lettore
un quadro piuttosto drammatico dello stato di conservazione
del complesso decorativo su cui è chiamato ad esercitare
la sua arte, soprattutto per quanto concerne le pitture delle
pareti, a proposito delle quali afferma: ...di antico non
v’era che le sole teste e le braccia, tutto il rimanente
in basso, meno pochissimi pezzi da me rispettati e facilmente
riconoscibili in mezzo al nuovo, era quasi perduto...Il restauro
sarebbe risultato quasi impossibile, ci viene detto, se il
maestro non avesse reperito nella Villa Doria di Pegli la
copia di cinque figure degli Eroi eseguite in tempi più
antichi da un domestico, di grandezza eguale agli originali
e forse eseguite “a lucido” su questi, con le
quali si aiutò nell’opera di ripristino (l’esistenza
di queste tele, probabilmente le stesse conservate sino ad
epoca piuttosto recente, è forse da mettere in rapporto
con le attività del Tognetti, pittore “famiglio”
incaricato dai Doria, negli anni Trenta del XVIII secolo,
di riprodurre opere d’arte presenti nella loro casa,
e ricompensato sia con piccole somme che con barili di olio
ed altri generi alimentari ). In realtà, asportate
con attenzione le ridipinture angeliniane (già in parte
eliminate da un intervento del 1953-54 ), si è incontrata
la stesura originale, conservata in misura assai superiore
a quanto il testo ottocentesco lasciasse supporre, eccetto
che in limitate zone intorno agli stipiti delle porte e alla
base delle figure . Per quanto concerne le volticelle, l’Angelini
dichiara di aver trovati intatti gli ottagoni centrali raffiguranti
gli episodi di storia romana, ad eccezione di quello dell’ultima
campata rovinato dal calore di una stufa posta al di sopra
di esso; ed effettivamente il suo intervento, astenendosi
dal toccare le parti allora in buono stato (alcuni riquadri
furono poi danneggiati nel 1944), si indirizzò soprattutto
verso le partizioni a grottesche, la decorazione plastica
ed i fondi degli stucchi, peraltro probabilmente già
rinfrescati in epoca anteriore. In queste aree si ebbe una
grave alterazione del piano cromatico cinquecentesco, recuperato
dall’attuale restauro grazie ad una paziente fase di
ricerca ed analisi dei frammenti originali di colore, propedeutica
al momento operativo. Era infatti andato perduto il senso
dell’alternanza, voluta da Perino, tra le volticelle
con stucchi dorati su fondo nero (la prima, la terza e l’ultima)
e le due volticelle intermedie, recanti stucchi bianchi su
un fondo a foglia d’oro: un insieme decorativo che,
nello sfavillare dell’oro in contrasto con il nero e
il bianco, doveva risultare di grande impatto e di raffinata
eleganza. A seguito dei ritocchi ottocenteschi gli stucchi
erano invece uniformemente coperti, in tutte le campate, da
una tempera grigia (la stessa materia e la stessa cromia utilizzate
dall’Angelini per le cornici a stampo della volta dello
scalone), con alcuni particolari delle ghirlande floreali
dorati a “bronzina”. Il fondo della decorazione
plastica, nelle volticelle originariamente caratterizzate
dal nero , era ridipinto in azzurro , come risultava evidente,
al principio del recente restauro, dalla stesura ancora esistente
nelle parti non dilavate dalle infiltrazioni di acqua piovana
ed umidità : un arbitrario cambiamento della valenza
cromatica, registrato anche nella illustrazione a colori pubblicata
dal Reinhardt nel suo Palast-architektur [fig. ] e in un acquerello
del D’Andrade - ben diverso dal tentato “ricalco”
angeliniano dei toni originali nelle ridipinture delle pareti
della loggia ed in generale nel suo intervento su tutto il
ciclo decorativo - la cui responsabilità deve forse
attribuirsi ad un intervento di ripristino precedente a quello
del restauratore perugino. Un indizio in questo senso ci è
offerto da un disegno di Léon Vaudoyer (1803-1872),
l’architetto “storicista” che restaurò
l’abbazia di Saint Martin-des-Champs e progettò
la Cattedrale di Marsiglia, recentemente passato in un’asta
di Boston . Il giovane Vaudoyer, ottenuto il “Grand
Prix de Rome” (1826), intraprese lunghi viaggi in Italia.
Un disegno acquerellato di quegli anni testimonia il suo interesse
per il Palazzo del Principe. La sua riproduzione parziale
della decorazione di una volticella della loggia combina i
riquadri dipinti dell’ultima campata con elementi tratti
da volticelle diverse, ma appare abbastanza fedele nella resa
dei singoli motivi; ed in questo foglio, precedente di quindici-vent’anni
l’arrivo dell’Angelini, il fondo degli stucchi
appare già azzurro (forse una scelta nuovamente riconducile
agli eventi del 1805). Il disegno – pur con i limiti
legati all’arbitrarietà del medium – è
interessante anche per quanto concerne la rappresentazione
della cornice pittorica con motivi geometrici che delimita
la volticella, un dettaglio della quale è presentato,
ingrandito, a lato della raffigurazione principale. Coerente
nei valori cromatici con un secondo acquerello, che il D’Andrade
specificamente dedicò allo studio dei particolari ornamentali
delle volte della loggia, con l’illustrazione del Reinhardt
e con i pochi tasselli superstiti (l’intera decorazione
a grottesche e motivi geometrici di queste fasce fu asportata
tramite abrasione meccanica nel 1953-54, e solo quattro ridotti
campioni furono risparmiati, a documentazione di quanto era
stato distrutto in quell’occasione), la riproduzione
del dettaglio nel disegno di Vaudoyer conferma che le cornici
dipinte, per le quali esiste un’ampia documentazione
fotografica in bianco e nero eseguita tra la fine del XIX
secolo ed il 1944, non erano un rifacimento angeliniano, ma
un originale cinquecentesco , seppure in parte ridipinto –
con toni che intendevano mantenersi vicini al modello cinquecentesco
- dal restauratore perugine. Il tassello superstite nell’ultima
campata – che faceva parte della sequenza di piccoli
putti alati su fondo verde recanti stendardi con maschere
e minuti motivi a girali, priva di intelaiatura geometrica,
presente nelle due volticelle alla estremità della
loggia – mostra nella figuretta del bimbo la materia
cromatica e la scioltezza formale proprie dell’originale:
cosicchè non rimane che dolersi ancor più della
malintesa decisione che portò, all’inizio degli
anni Cinquanta, ad eliminare interamente questa parte dell’apparato
decorativo, della quale l’attuale intervento ha potuto
solo risarcire il fondo, su cui rimane una debolissima “impronta”
monocromatica dell’antica figurazione.
L’Angelini aveva da pochi anni rimesso nell’antica
dignità la gioia di classica pittura della Loggia quando,
nella prima settimana dell’Aprile 1849, gli scontri
legati ai moti antipiemontesi – nel corso dei quale
il Palazzo del Principe ed il suo giardino furono teatro di
una battaglia sanguinosa – provocarono notevoli danni
all’apparato decorativo dell’ambiente ed agli
stipiti in pietra di Promotorio delle porte. Gli insorti si
erano arroccati all’interno dell’edificio; il
generale La Marmora – a dissipare quel nido di prodi
– fece concentrare contro di esso il fuoco delle artiglierie
della Lanterna, e quindi, stanco del protrarsi del combattimento,
avventò contro il palazzo Doria il diciottesimo reggimento
di fanteria (nel contempo i Bersaglieri avevano occupato la
vicina Villa del Gigante, appartenente alla medesima famiglia,
dal cui saccheggio nacque poi un complicato scandalo ). Fuggita
la maggior parte dei ribelli – ma sette, arresisi al
nemico, furono uccisi nelle sale della dimora – il palazzo
rimase alla mercé dei vincitori, la cui frenesia, non
trovando altro pasto d’umane vite, si voltò alle
insensibili materie, tale orma lasciando di pazza barbarie,
che vandali ed ostrogoti sono esempio di civiltà. Nel
corso del saccheggio, durante il quale tutte le suppellettili,
e prima le più elette, andarono ad orribile strazio,
i soldati diedero sfogo alla loro volontà di distruzione
infierendo a botte di fucile o a punta di baionette sugli
arredi e sui muri, in particolare sfregiando sistematicamente
con le lame i volti degli Eroi Doria nella Loggia. Una relazione
dell’Archivio Doria Pamphilj , che elenca le riparazioni
rese necessarie dai fatti sopra descritti, registra tra i
principali danni subiti dalla Loggia un colpo di cannone,
numerosi colpi di fucile e le baionettate inferte alle figure
degli Eroi: le lacune provocate da tali eventi traumatici
– particolarmente importante quella del lato est, riferibile
alle conseguenze della cannonata, che comportò la perdita
del braccio sinistro di Tomaso Doria, ivi ritratto –
furono risarcite a tempera da un successivo restauro, la cui
materia (oggi in larga parte caduta), coerente con quella
dell’Angelini, ha fatto avanzare alla restauratrice
la condivisibile ipotesi che si tratti di un secondo, non
documentato intervento del maestro perugino, chiamato a riparare
la propria opera.
Non furono questi gli unici eventi bellici a incidere significativamente
sulla decorazione della loggia; assai più gravi furono
le conseguenze dei bombardamenti del 1944, che causarono gravi
danni alle coperture soprastanti e quindi provocarono notevoli
infiltrazioni di acqua piovana ed umidità all’interno
dell’ambiente. Il rapido processo di degrado della pellicola
pittorica, innescato tanto sulle pareti che nei riquadri dipinti
delle volticelle da tali infiltrazioni, risulta evidente dal
confronto tra lo stato di conservazione mostrato dalla documentazione
fotografica del 1944 e quello registrato nelle immagini scattate
dieci anni dopo. In particolare, la progressiva caduta di
frammenti di colore ha compromesso la leggibilità di
parte degli ottagoni centrali e di alcuni inserti pittorici
minori, soprattutto nelle ultime campate ad est, con una perdita
irrimediabile di informazioni pittoriche.
Già si è menzionato l’intervento che,
nel 1953-54, asportò gli elementi ornamentali delle
fasce nelle volticelle; rimane da citare - unica iniziativa
recente di rilievo, prima dell’attuale campagna di recupero
- il restauro della prima campata della loggia nel 1983. In
quell’anno, nel quadro delle celebrazioni per il quinto
centenario della nascita di Raffaello, fu organizzata in Liguria
una serie di eventi tesi a mettere in luce e celebrare le
più importanti manifestazioni locali della cultura
raffaellesca, tra le quali il ciclo del Palazzo del Principe
detiene senz’altro il primo posto. In tale occasione
venne portato a termine da Pinin Brambilla Barcilon il restauro
della prima volticella e delle prime tre figure di Eroi, finanziato
dalla famiglia proprietaria del palazzo e condotto sotto la
direzione scientifica di Giovanni Rotondi Terminiello; a questo
intervento, del quale è stata pubblicata una esauriente
relazione , si è rapportato, nella ricerca della massima
armonia, il restauro appena concluso.
L’intervento di Maura Checconi e delle sue collaboratrici,
descritto analiticamente nella scheda curata dalla restauratrice
, si è confrontato con la complessa situazione risultante
dagli avvenimenti sopra elencati - cui debbono probabilmente
aggiungersi eventi traumatici e ripristini di minore entità,
non documentati - e con le specifiche problematiche poste
dalla tecnica di esecuzione utilizzata da Perino del Vaga,
sulla quale, pure in questo caso, sono state raccolti nuovi
dati.. E’ infatti emerso nel corso dei lavori, con l’aiuto
delle analisi scientifiche , che, in linea con la disponibilità
all’uso di soluzioni diverse mostrata in altri ambienti
del palazzo, il maestro fiorentino adottò anche per
le parti pittoriche della loggia tecniche non coincidenti
con l’affresco: in particolare, prevale qui la “pittura
su scialbo di calce”, della quale l’Armenini cita
la proprietà di far buttare più allegri i colori
. Dalla scelta periniana - implicante una varietà di
soluzioni e procedimenti analizzati dettagliatamente da Vincenzo
Gheroldi, che ha comunicato i risultati della sua indagine
nella Giornata di Studi organizzata per presentare i risultati
del restauro - deriva il chiaro splendore della cromia in
parte recuperato dal restauro, con colori spesso applicati
mediante pennellate molto liquide, accostando minuti tratteggi.
Nelle volticelle intermedie, caratterizzate dal contrasto
tra la decorazione plastica candida ed il fondo oro, è
stato possibile rimettere in luce, nelle parti in cui si era
conservata, l’originaria “pelle” di finitura,
molto levigata e lucente , degli stucchi bianchi; nonché,
sul fondo, le tracce delle tessere rettangolari, delineate
a pennello con sottili tratti bruni, di un ideale mosaico
dorato su cui i rilievi si stagliavano, secondo un modello
proprio della tradizione raffaellesca - presente, ad esempio,
negli scomparti maggiori della volta della Stanza della Segnatura
- che ritroviamo nelle decorazioni dell’attiguo Salone
dei Giganti.
Riconoscendo e riproponendo l’originario piano cromatico
delle volticelle (nelle quali una velatura ad acquerello suggerisce
i toni della perduta doratura a foglia), recuperando per quanto
possibile i luminosi colori voluti da Perino per le figure
degli Eroi, il restauro ha restituito leggibilità ad
un episodio importante nella storia della Maniera moderna,
fortemente radicato – come già si è detto
per l’apparato decorativo dello scalone - nelle esperienze
dei cantieri romani cui l’autore aveva preso parte prima
del Sacco; e significativo, sotto il profilo tecnico, per
il suo testimoniare la versatilità di un gusto, condiviso
evidentemente dall’artista e dal suo committente Andrea
Doria, che comprendeva pitture a fresco, a olio e d’ogni
sorte , impiegate con pari dignità ad ornamento del
palazzo.
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