| di Laura Stagno
“I partecipanti al X congresso internazionale di storia
dell’arte, ai quali nell’autunno 1912 a Roma su
dischiusero ospitalmente le sale private del principe Doria,
ebbero la sopresa di vedere, come decorazione murale più
grandiosa di un palazzo romano, due arazzi nordici del secolo
XV”. Questo è l’incipit dell’articolo
- vibrante dell’entusiasmo per la scoperta di opere
di tale rilievo - con il quale Aby Warburg rendeva noti agli
studi i due magnifici arazzi Doria Pamphilj raffiguranti Storie
di Alessandro Magno, indagandone la complessa iconografia.
Sottratti all’oblio dalla penna del grande iconologo
tedesco, i due eccezionali panni, considerati dagli esperti
i più importanti del Quattrocento, insieme alla serie
dell’ Historisches Museum di Berna e a quella della
Cattedrale di Saragozza, hanno da quel momento goduto di crescente
fortuna critica.
I due arazzi vivono oggi un momento significativo della loro
storia secolare. La famiglia proprietaria ha deciso infatti
di sottoporre a restauro i manufatti, per poi renderli permanentemente
visibili al pubblico nella cornice del Palazzo del Principe
a Genova, fatto costruire e decorare dall’avo Andrea
Doria intorno al 1530, da quasi dieci anni aperto ai visitatori
come museo. Il panno raffigurante la Conquista di Tiro ed
episodi della leggenda di Alessandro, affidato al prestigioso
laboratorio della ditta De Wit di Mechelen, a conclusione
del restauro è già stato collocato nel palazzo
genovese. La delicata opera di recupero, durata quindici mesi,
ha dato nuova vita alle decine di personaggi e di scene rappresentati
nell’arazzo, restituendo un caleidoscopio di colori
brillanti, prima completamente oscurati, impreziositi dallo
splendore dei fili d’oro e d’argento. Una giornata
internazionale di studio farà il punto sulla situazione
degli studi sul tema, nel contempo illustrando le novità
emerse dall’intervento di conservazione.
La storia degli arazzi
I due arazzi furono tessuti intorno al 1460 a Tournai, nel
ducato di Borgogna, che era allora – durante il lungo
regno di Filippo il Buono (r.1419-1467) – uno degli
stati più dinamici d’Europa, in forte espansione.
Essi hanno stretti rapporti stilistici con i petits patrons
(disegni utilizzati per presentare ai committenti la composizione
degli arazzi da eseguire) raffiguranti scene della vita di
Alessandro, conservati presso l’Historisches Museum
di Berna ed il British Museum, probabilmente realizzati dal
medesimo atelier ma relativi ad un’altra, parallela
serie di panni dedicati alle vicende dell’eroe macedone.
Come è consueto per gli arazzi di quest’epoca,
non si conosce con sicurezza il nome dell’artista che
preparò i cartoni; Fabienne Joubert ha proposto di
attribuirli al pittore fiammingo Jacques Daret. Sono comunque
indubbie la raffinatezza del disegno e l’esuberanza
decorativa dell’insieme unite all’incisività
nella resa dei volti, fortemente caratterizzati .
Gli ateliers di Tournai godevano di notevole fama ed il mercante-imprenditore
Pasquier Grenier, patrizio della città e fornitore
della corte borgognona, vendette serie di arazzi ai sovrani
d’Inghilterra, di Francia e d’Ungheria, oltre
che a signori italiani quali Federico di Montefeltro. Nel
1459 Grenier fornì a Filippo il Buono, che possedeva
tra i novanta ed i cento set di arazzi ed esibiva i più
preziosi durante le splendide cerimonie della sua corte itinerante,
una “camera” di sei pezzi, completa di forniture
per letto, raffigurante Storie di Alessandro Magno . In occasione
del soggiorno a Parigi dopo l’incoronazione a Rheims
del re di Francia Luigi XI, nel 1461 – quando, secondo
il parere unanime dei cronisti, la magnificenza del duca borgognone
sorpassò di gran lunga quella del nuovo monarca –
Filippo adornò la facciata sua dimora con tali arazzi
e con i panni appartenenti alla serie delle Storie di Gedeone,
mostrando di prediligerli fra tutti . Tradizionalmente i due
arazzi Doria Pamphilj sono stati considerati come elementi
superstiti di questo celebre ciclo , per il quale sappiamo
essere stata profusa quella eccezionale ricchezza di materiali
– oro e argento filati uniti alla seta e alla lana –
che appunto si riscontra nei manufatti in oggetto, nei cui
protagonisti sembrano essere ritratti lo stesso duca Filippo,
nelle vesti dell’omonimo re macedone, ed il figlio Carlo
in quelle del giovane Alessandro . Ma gli studi più
recenti hanno individuato nella coppia di arazzi una serie
indipendente e completa in se stessa, nata nello stesso ambito
di quella tessuta per il duca, ma distinta da essa . Si tratterebbe
quindi di un esempio – l’unico giunto sino a noi
– delle varie redazioni del tema che il Grenier ed i
suoi collaboratori fornirono ad acquirenti di altissimo livello,
tra cui Edoardo IV d’Inghilterra. In particolare, i
pezzi Doria Pamphilj sono stati messi in relazione con una
possibile committenza di Francesco Sforza. Circa sei mesi
prima del pagamento al Grenier, da parte di Filippo il Buono,
della “camera” con Storie di Alessandro, Melchior
e Guillaume, rispettivamente figlio e nipote di Pasquier,
si recarono infatti a Milano, presso il duca e la moglie,
per mostrare loro i relativi modelletti: “causa portandi
et ostendendi certum designum regis Alexandri...illustrissimo
domino”. L’esito della missione non è documentato
con certezza, ma è stato suggerito che i due arazzi
Doria ne siano il frutto.
Il passaggio nella
collezione Doria Pamphilj
Non sono conosciuti a tutt’oggi i tempi e i modi con
cui i due panni entrarono a far parte della collezioni Doria
Pamphilj: la documentazione nota più antica sicuramente
riferibile a questi arazzi risale al 1876, quando essi furono
registrati nell’inventario dei beni approntato dopo
la morte del principe Filippo Andrea V . In questa totale
assenza di dati certi, ci si muove necessariamente nel campo
delle mere ipotesi. Una linea interpretativa si appunta su
un possibile legame con la storia genovese del casato, che
discende da Andrea Doria e acquisì il secondo cognome
Pamphilj, nonchè la residenza romana, solo nel settimo
decennio del XVIII secolo. La tesi sostenuta dalla tradizione
orale della famiglia proprietaria, secondo la quale gli arazzi
furono un dono di Carlo V al suo ammiraglio che più
volte lo ebbe ospite a Palazzo del Principe negli anni Trenta
del Cinquecento, risulterebbe coerente con la teoria dell’appartenenza
dei pezzi alla serie di Filippo il Buono, da cui li avrebbe
ereditati il nipote imperatore; ma la proposta non trova riscontro
nell’inventario degli arazzi posseduti da Andrea, steso
alla morte dell’ammiraglio, in cui i due panni non sono
menzionati. Partendo invece dall’ipotesi della committenza
Sforza, si può sottolineare come vi sia stato un momento
di contatto tra i due casati nel 1739, attraverso il matrimonio
di Filippo Domenico Doria, marchese di Caravaggio e fratello
minore del principe Giovanni Andrea IV, con Bianca Maria Sforza.
Peraltro anche prima di questa data, ad esempio in una descrizione
stesa nel gennaio 1732 dell’allestimento del Palazzo
del Principe in occasione dell’atteso arrivo dell’Infante
Don Carlo, si trova menzione della presenza nella dimora di
“tappezzarie” “dell’Istoria di Alessandro”
, delle quali però non si danno particolari sufficienti
per capire se possano identificarsi o meno con quelle di cui
qui si tratta. Non si possono quindi escludere ipotesi di
tipo diverso, non ultima l’idea di una acquisizione
tarda degli arazzi, ottocentesca, da parte di un principe
appassionato di “primitivi” e di “nordici”,
quale Filippo Andrea certamente dimostrò di essere
nel campo dei dipinti
Le scene raffigurate
Nei due grandi arazzi (circa quattro metri per dieci, ciascuno)
vengono raffigurati numerosi episodi della biografia storica
e della leggenda di Alessandro Magno. Il primo panno descrive
momenti della giovinezza dell’eroe, l’arrivo del
crudele Bucefalo uso a cibarsi di carne umana, poi domato
da Alessandro, lo scontro con Pausania feritore del padre
Filippo, la morte di questi ed il passaggio della corona al
giovane erede. Il secondo, sul quale in ragione del recente
restauro si appunterà in questa sede l’attenzione,
mostra una analoga compresenza di fatti storici ed elementi
leggendari, che ne fanno ai nostri occhi “una pagina
ingenuamente favoleggiante, uscita da un gigantesco libro
di fiabe illustrate” , tale da esemplarmente illustrare
la modalità “anticlassica o alla franzese”
di rappresentare vicende dell’antico, con la mediazione
dalla letteratura cortese tardomedievale, tipica degli arazzi
quattrocenteschi nordici.
La parte sinistra dell’arazzo mostra la conquista della
città siriana di Tiro, scelta quale emblema delle innumerevoli
vittorie di Alessandro in Oriente: l’evento, avvenuto
nel 332 a.C., è messo in scena nei termini di un assedio
quattrocentesco, e particolare rilievo viene dato alla descrizione
della armi utilizzate. In primo piano, ad esempio, si scorgono
due soldati intenti a caricare una bombarda, i cui proiettili
di pietra, pronti per l’uso, giacciono poco lontano.
All’altro estremo della cinta di mura, un’analoga
scena ribadisce l’importanza di queste armi, per la
cui acquisizione i duchi di Borgogna avevano investito grandi
risorse, tanto da vantare il più avanzato parco d’artiglieria
d’Europa. Vicino ai serventi alla bombarda, un arciere
tende la corda dell’arco, mentre alle sue spalle si
scorge un archibugiere nero (allusione alla varietà
di popoli soggiogati da Alessandro e da lui accolti nel suo
esercito); entro le vie di Tiro i guerrieri macedoni, penetrati
superando le mura tramite scale e forzando le porte difese
da torri rotonde, impegnano i nemici in un furioso scontro
corpo a corpo. Nella varietà di armi portate dai soldati
macedoni si possono riconoscere le componenti alla base delle
celebri Compagnies d’ordonnance borgognone. L’intero
arazzo, del resto, riflette il mondo borgognone del XV secolo,
nella foggia dei costumi indossati dai dignitari della corte,
nella tipologia della armature che proteggono l’esercito
di Alessandro, nella stessa forma della città assediata,
protetta da mura turrite. Tra la folla di figure rappresentate
si scorge il sovrano, caratterizzato dall’elmo sormontato
dalla corona e dall’armatura dorata, vicino al nemico
sconfitto, il vecchio principe orientale dalla bianca barba
bipartita che, in segno di resa e sottomissione, regge la
propria spada capovolta, tenendola per la punta.
Al centro, leggermente spostato verso destra a causa del largo
spazio occupato dalla minuziosa descrizione della battaglia,
è mostrato un episodio del tutto diverso, appartentente
alla componente mitica del personaggio di Alessandro: il sovrano
macedone, rinchiuso in una preziosa gabbia tempestata di pietre
preziose, regge nelle mani due lunghe aste cui sono infilzati
dei pezzi di carne, qui raffigurati come prosciutti.. Quattro
imponenti grifoni – leggendari animali con capo e ali
d’aquila innestati su corpo di leone, nella tradizione
antica sacri al Sole e incaricati di riportare ad esso le
anime dei sovrani defunti – sono incatenati alla gabbia
e, nel tentativo di raggiungere la carne per cibarsene, sbattono
freneticamente le ali, sollevando il loro carico sempre più
in alto, sino al cielo. Un Dio Padre benevolo, seppure in
qualche misura malinconico, assiste alla scena circonfuso
da una rossa nuvola di cherubini. Sulla terra cinque personaggi
- tre dignitari macedoni, raffigurati con i tipici copricapi
borgognoni, e due orientali, le cui fastose vesti decorate
da perle sono rappresentate utilizzando notevoli quantità
di filo d’oro e d’argento (la presenza di figure
abbigliare in questo modo, come quella di personaggi di colore,
rimanda alla presenza al seguito dell’eroe di ufficiali,
soldati e cortigiani provenienti dai popoli già assoggettati)
- commentano con gesti stupiti l’impresa ardita del
loro re, che si è spinto là dove nessun uomo
è mai arrivato. Ma la sete di conoscenza e di avventura
del sovrano non si è placata: indagata la natura dell’aria,
egli vuole conoscere anche quella degli abissi marini. Accompagnato
al largo da ornate barche, i cui equipaggi portano ricche
vesti e cappelli “alla greca”, Alessandro si fa
calare sul fondo del mare entro una botte di vetro; egli ha
in mano due fiaccole, per illuminare dall’interno le
regioni sconosciute su cui il suo “sommergibile”
si posa. Infine, nell’angolo in basso a destra, assistiamo
all’epilogo delle vicende qui rappresentate: il grande
Macedone, conquistati tutti i popoli del mondo, si spinge
agli estremi confini della terra e, insieme ai suoi compagni,
stermina i mostri che li abitano, raffigurati come esseri
senza testa ricoperti di fitto pelo, con gli occhi, il naso
e la bocca collocati sul petto.
Fonti e significati
La figura di Alessandro (356-323 a.C.), eccezionale
nella sua valenza storica, diede origine ben presto ad una
fioritura di leggende legate ad una dimensione “magica”
e sovrannaturale, raccolte e rese popolari dall’avventuroso
Romanzo di Alessandro dello Pseudo-Callistene, tradotto in
latino da Giulio Valerio nei primi anni del IV secolo d.C.
L’episodio dell’ascensione al cielo di Alessandro
sollevato dai grifoni, assente nella traduzione di Valerio,
compare invece nella versione latina di Leone Arciprete (X
secolo), che dipende da una diversa, perduta recensione del
testo greco, nella quale l’interpolazione della scena
dei grifoni avviene nel quadro di una serie di avventure che
alludono tutte, in modi differenti, ad un viaggio di Alessandro
nel mondo dei defunti. Fu proprio il motivo dell’ascesa
al cielo, simbolo del destino cosmocratico dell’eroe,
l’unico particolare della leggenda di Alessandro a conoscere
una fortuna figurativa in termini monumentali, indipendenti
dalla parola scritta dei testi miniati: una iconografia peraltro
spesso utilizzata, in ambito religioso, in senso negativo,
come esempio di orgoglio e superbia .
Dall’opera di Leone, la Historia de preliis Alexandri
Magni, discendono le diverse, numerose redazioni medievali
e quattrocentesche dal Romanzo. Fra queste, interessa qui,
quale fonte diretta delle scene raffigurate negli arazzi Doria,
l’opera in prosa Histoire du bon rey Alixandre, scritta
intorno al 1440 da Jean Wauquelin su commissione di Jean de
Bourgogne, secondo conte d’Estampes. Filippo il Buono,
cugino del conte, ordinò per sè nel 1447 una
versione senza immagini del testo, su carta, e l’anno
successivo un manoscritto su pergamena riccamente illustrato
. I panni Doria “paiono le miniature, dilatatesi fino
ad assumere vita indipendente” , dell’opera di
Wauquelin, della quale condividono la concezione di Alessandro
come eroe positivo protetto nelle sue imprese dall’Onnipotente
(la cui immagine, lo abbiamo visto, sovrasta quella dell’eroe
nella sua ardita ascesa verso i cieli); essi contengono, fra
l’altro, l’unico esempio noto di raffigurazione
monumentale dell’episodio della discesa sul fondo marino,
il quale si trova altrimenti solo nelle illustrazioni dei
manoscritti.
All’interno della corte borgognona, per la quale furono
prodotti i disegni che sono alla base della iconografia degli
arazzi Doria Pamphilj quale che sia l’esatta provenienza
di questi, il personaggio di Alessandro godeva di ineguagliato
prestigio: incarnazione degli ideali cavallereschi, emblema
del sovrano giusto e dell’eroe conquistatore delle terre
d’Oriente (si ricordi che Filippo il Bello aveva tentato
di promuovere una crociata per liberare Costantinopoli), nel
contempo protagonista di imprese prodigiose e fiabesche assai
vicine al gusto di questo ambiente raffinato, il grande Macedone,
signore del cielo e della terra, fu prescelto come idealizzato
termine di paragone dai duchi di Borgogna . Per questa ragione
troviamo la sua figura al centro della portable propaganda
– opere d’arte, in particolare arazzi, tese ad
illustrare specifici concetti di carattere politico –
di cui la corte si circondava nelle cerimonie e nei momenti
di massima rappresentanza .
Il RESTAURO
Il restauro è stato eseguito dalla ditta “De
Wit” di Mechelen, in Belgio, con la direzione
di Yvan Maes De Wit, ed ha richiesto l’impegno di due
restauratori per quindici mesi (inizio settembre 2003-fine
novembre 2004). L’arazzo presentava uno stato di conservazione
fortemente compromesso, determinato in primo luogo dalla corrosione
delle trame di lana scure, trattate al momento della tintura
con acidi che le hanno progressivamente decomposte, e dal
naturale processo di degrado dei fili di seta per l’azione
della luce, che ne ha indebolito e talora polverizzato buona
parte, creando lacune significative soprattutto nella raffigurazione
dei costumi. In ragione del peso del tessuto, di trazioni
ineguali e di manipolazioni scorrette nel corso dei secoli,
strappi e deformazioni importanti interessavano tutta la superficie
del panno, su cui si era depositato un forte accumulo di sporcizia.
E’ possibile, in questa sede, accennare solo brevemente
alle operazioni portate a termine. Dopo la spolveratura, l’arazzo
è stato posto su una grande tavola aspirante (10 x
5 m.) e pulito con l’utilizzo di un aerosol di aria
compressa ed acqua, contenente un piccola quantità
di detergente neutro; la “nuvola” di aerosol,
attratta dalla tavola aspirante, passando attraverso il tessuto
ha eliminato le impurità. Per ottenere la stabilizzazione
dell’arazzo dal punto di vista meccanico, sono stato
posti sul retro di esso tessuti di lino appositamente tinti
nei colori appropriati, fissati all’arazzo con una rete
di punti disposti in modo tale da spostare la trazione sulle
zone più resistenti di esso; sono stati poi fissati
i fili staccati o indeboliti della trama e dell’ordito.
Si è proceduto all’integrazione visuale di lacune
che disturbavano particolarmente la lettura dell’opera,
introducendo fili di colori adatti, senza toccare le parti
orginali confinanti. Tutti gli interventi di integrazione
sono totalmente reversibili. L’arazzo è stato
infine foderato.
Tratto da: Art & Dossier, Aprile 2005.
Copyright: Giunti Editore S.p.A, Firenze-Milano
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